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Le
star del mondo dello spettacolo di oggi sono il riproporsi in nuova veste
delle divinità pagane?
Potrebbe sembrare di sì: con quelle condividono un’esistenza ricca
di avvenimenti e di passioni, che realizza i sogni di chi invece ha una
vita sorda e grigia; le sregolatezze delle emozioni; la ricchezza di avvenimenti
esemplari, spesso tragici; l’universale popolarità. Manca loro il
carattere propriamente divino, ma questo sembra naturale in una società
così ampiamente secolarizzata, e dunque non risulta l’esistenza
di luoghi formali di culto religioso, anche se non mancano altre manifestazioni
di vero e proprio culto (altro non è il fanatismo), pur se non sacralizzato.
Dunque poco manca
che i divi dello star system siano le vere divinità del mondo di
oggi: con le divinità antiche condividono la fissità iconografica;
e spesso quindi sono condannati a morire giovani, perché questo
è l’unico modo possibile di restare stampati nelle memoria come
icone di una giovinezza immortale.
Ecco dunque la Marylin
di Andy Warhol, esposta alla mostra sull’autore americano di Palazzo Martinengo
a Brescia, moderna dea della bellezza e della sensualità, destinata
a stamparsi nella memoria collettiva come icona immortale della bellezza
e del piacere.
Eppure Marylin
è già morta da anni quando Warhol decide di rappresentarla,
e la sua riduzione a nucleo profondo di una serie di variazioni serigrafiche
ha qualcosa di lugubre e mortifero, come i colori che prevalgono nelle
serie stampate. Marylin è una moderna Venere, ma Warhol sembra incapace
di sentirla davvero: la sua immagine della femminilità è
superficiale e risolta in alcuni canoni esteriori: manca la femminilità
profonda, che è riproduzione e vita. Alla fine Warhol è affascinato
dal successo di Marylin più che da ogni altra cosa, ed essa diventa
per lui un’immagine della società di massa come Donald Duck.
Per Warhol la femminilità
si riduce ad alcuni stigmi formali dell’immagine di sé, tanto che
egli può arrivare a dire, senza essere provocatorio, che per lui
sono molto più femminili i travestiti neri che raffigura in una
serie di poco successiva, solo perché esasperano e quasi rendono
caricaturali alcuni caratteri esteriori della femminilità.
Conclusione triste
e provvisoria, forse stiracchiata, ma è il dettaglio a volte che
rivela con sorprendente chiarezza il tutto: la Venere moderna non a casa
è mortale, per non dire morta addirittura; incapace di divinizzare
la continuità procreativa del corpo e del piacere femminile, essa
si riduce ad icona di una sensualità destinata a morire.
Ma a non grande
distanza da Palazzo Martinengo, al Museo di Santa Giulia un’altra emozionante
Venere ci attende, quella ritrovata scavando, sulla scorta di rigorose
indagini filologiche, nell’icona celeberrima della Vittoria, la cui copia
era un tempo esposta nell’atrio del Louvre assieme alla Nike di Samotracia,
e che fu celebrata perfino in accademici versi dal Carducci.
Anche questa vicenda
è emblematica e merita di essere accennata: dunque la Vittoria di
Brescia in origine Vittoria non era, ma Afrodite, che esce forse dal bagno,
con la madida veste aderente al corpo sinuoso, appoggiando un piede sull’elmo
di Ares, il dio della guerra che è schiavo del suo amore, e si osserva
nella sua rotondità feconda e sensuale in un grande specchio. La
statua, restituita alla sua ideazione originale, ha una spettacolare ma
pacata energia interna. I piani di osservazione si susseguono scivolando
l’uno nell’altro e ci invitano ad un tranquillo movimento sinuoso attorno
a questa figura piena.
Difficile non ipotizzare
che l’inno a Venere che apre il De rerum natura di Lucrezio non sia nato
da qui, dal respiro potente di questo originale greco bronzeo del 4°
secolo avanti Cristo, uscito certo dalle mani di un grande maestro.
Eppure questa Venere
famosa nel primo secolo dopo Cristo, quando cominciò a profilarsi
la crisi di legittimità dell’impero e le soldataglie cominciarono
a scegliersi gli imperatori così come oggi sono gli operatori dei
mass media a determinare la collocazione del potere, un imperatore rozzo,
portato al trono dai suoi soldati, pensò di fare di questa icona
universale della desiderabilità del corpo femminile e della sua
dolce potenza procreativa, la più banale immagine di una vittoria
occasionale.
Ali pesanti e di
materiale parzialmente diverso furono aggiunte sul dorso della donna divina,
spezzando irrimediabilmente il ritmo armonioso del suo respiro interiore,
lo specchio venne trasformato in scudo, su cui la dea dell’amore era costretta
ad iscrivere i simboli della guerra. L’elmo del guerriero calpestato, sparito.
Forse sono influenzato
dai tempi sventurati del presente? Ma la Venere ellenistica è una
grande icona pacifista che dopo secoli l’arroganza di un soldato divenuto
imperatore piegò a simbolo della propria potenza costruita sulle
armi.
Trasformare l’icona
di Venere in quella della Vittoria in guerra significa trasformare un’immagine
di vita in un’immagine di morte. Forse la Vittoria di Brescia dovrebbe
tornare ad essere l’Afrodite di Brescia, eternamente assorta nel suo ritmo
ascendente di danza interiore. Ma non succederà temo: non possiamo
riportare alla vita il senso profondo della vita noi che della nostra Venere,
con Warhol, abbiamo in altro modo ma egualmente fatto un simbolo di morte.
Quando le società
non avvertono più la positività del vivere, e quindi la fecondità
come valore, ma guardano affascinate alla potenza e alla morte, esse sono
vicine a dissolversi.