Il tema del doppio attraverso l'analisi comparativa dei miti di Ermafrodito e Narciso

NARCISO.jpg (869784 byte)Tra i miti presi in considerazione nelle Metamorfosi di Ovidio, molti sono quelli che hanno a che fare con il tema del "doppio". Ciò è facilmente intuibile se si pensa alla metamorfosi come alla trasformazione del sé, e quindi alla creazione di un doppio.
Tra i molti miti, due sono quelli che abbiamo scelto di analizzare: quello di Ermafrodito e Salmacide e quello di Eco e Narciso (entrambi tratti dal libro III delle Metamorfosi).
Nel mito di Ermafrodito il tema del doppio è affrontato in vari punti. Già nel nome del protagonista è presente la sua natura ambivalente: Ermafrodito, figlio di Ermes ed Afrodite, due divinità che sono a volte opposte e a volte simili in molte delle loro qualità e dei loro significati (Afrodite protegge l’amore, mentre Ermes i viaggi, che quasi sempre lo ostacolano, eppure entrambi tutelano gli scambi ed il commercio).
Il tema del doppio è qui espresso al meglio nell’ambiguità della figura di Ermafrodito dopo la sua metamorfosi. Lui e Salmacide si sono fusi nel fisico, prendendo sembianze comuni che sono un misto dei loro antichi aspetti, ancora distinguibili, ma non più separabili:
    “mixta duorum corpora iunguntur, faciesque inducitur illis una
(‘si congiunsero i corpi mescolati dei due, e di essi appare una sola figura’ vv.373-374).
L’aspetto su cui Ovidio si sofferma e che mette in evidenza è l’ambiguità sessuale del nuovo Ermafrodito, di cui non si può capire se è maschio o femmina, o nessuno dei due, o addirittura entrambi:
nec femina dici nec puer ut possit, neutrumque et utrumque videntur” (‘né si poteva stabilire se fossero femmina o fanciullo, perché sembravano nessuno ed entrambi’ vv.378/380).
Anche nella fine del mito è la perdita della virilità a preoccupare Ermafrodito, e non tanto la consapevolezza della sua fusione con la ninfa: è solo quando Ermafrodito
"s’accorge che il corso d’acqua, in cui uomo s’era immerso, l’aveva reso             maschio a metà e aveva infiacchito le sue membra"
che il fanciullo inizia a preoccuparsi, non prima. Questo è una diretta conseguenza del fatto che nel mito di Ermafrodito il tema del doppio è espresso soltanto a livello fisico, e non a livello psicologico: anche dopo la fusione, Ermafrodito ragiona come ha sempre fatto: i suoi pensieri non sono influenzati da quelli di Salmacide come lo è il suo aspetto: dopo la fusione non viene nemmeno fatta parola della volontà di Salamacide, per quanto ne sappiamo essa potrebbe benissimo essere stata annichilita durante la metamorfosi.
La figura dell’ermafrodito può suscitare sentimenti contrastanti in colui che la considera. Da un lato può essere considerata l’assoluta armonia, il connubio perfetto tra maschile e femminile, luce e oscurità (la purezza di Ermafrodito in contrasto con la passionalità irrefrenabile di Salamacide), contemplazione e atto; dal lato opposto invece può essere vista come un paradosso in forma umana, un insieme di caratteristiche tanto contrastanti da essere incomprensibile e grottesco. Chiaramente Ermafrodito stesso vede la sua situazione dal secondo punto di vista, visto che rimpiange tanto la sua perduta virilità; e come dargli torto? non si può certo pensare che una situazione tale possa essere armoniosa, considerando che nessuno dei due partecipanti alla fusione l’aveva desiderata. Salmacide certo, se è ancora in grado di avere pensieri propri, piange tristemente: il suo obiettivo era congiungersi ad Ermafrodito in maniera del tutto differente, non fondersi con lui.  Ermafrodito, poi, non solo si trova unito per sempre ad un essere col quale non voleva avere nulla a che fare, ma si trova anche nella difficile situazione di non saper definire con certezza la sua identità, al punto di augurare ad altri la sua ‘disgrazia’, non tanto per un sentimento vendicativo e di rancore contro il Fato, ma probabilmente per il semplice bisogno di qualcuno come lui con cui rapportarsi, segnare paragoni e stringere legami.

Anche nel caso del mito di Narciso il ‘doppio’ è qualcosa di non veramente ricercato, qualcosa di casuale e allo stesso tempo una sfortuna. Narciso è un giovane dal fascino incredibile, anche lui di ascendenza divina (era nato dalla violenza del fiume Cefiso verso la ninfa Lirìope), che suscitava amore in ogni essere che posava lo sguardo su di lui. Alla madre di Narciso era stata predetta per lui una vita che sarebbe durata finché egli non avesse conosciuto se stesso. Intanto il giovane rifiutava ogni amante che gli si proponeva, senza preoccuparsi dei sentimenti altrui.
Una delle vittime della sua incosciente crudeltà fu la ninfa Eco. Essa era stata maledetta da Giunone, che l’aveva resa incapace di parlare se non per ripetere le ultime parole dei discorsi altrui. Qui possiamo trovare il primo punto in cui il tema del ‘doppio’, inteso soprattutto come ambiguità, è espresso. I dialoghi tra Narciso e la Ninfa che lo insegue, infatti, sono tutti basati sulla differente interpretazione che può essere data alle parole del giovane, se esse sono scollegate dalla frase e messe in bocca alla ninfa innamorata: “Ebbene, qualcuno c’è?” “C’è!”(…)
“Vieni!” ella gli rimandò l’invito.(…)
“Qui incontriamoci!” “Incontriamoci!”(…)
“Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te!” (…) “Darmi a te!”
Ferita dal disprezzo dell’amato, Eco si rifugia in una grotta dove muore di consunzione, lasciando solo la voce a vagare per il mondo.
Intanto Narciso viene maledetto da un altro amante respinto:
sic amet ipse licet, sic non potiatur amato!” (‘possa egli amare con altrettanta intensità e non possedere l’amato!’ v. 405).
Tale supplica viene ascoltata dalla dea della vendetta, e Narciso, specchiandosi in una fonte, si innamora perdutamente del suo riflesso. Dopo poco tempo il fanciullo si rende conto di essersi innamorato di una semplice ombra, ma ciò non conta, e, disperato per il suo irrealizzabile amore, si trasforma in un fiore (un narciso), seguendo in un certo qual modo la sorte di Eco.
Mentre nel mito di Ermafrodito il doppio era l’unione di due entità diverse, in Narciso si ha la separazione del sé: Narciso, che prima era uno, si divide tra il Narciso in carne ed ossa ed il Narciso riflesso nella fonte.
La passione si impadronisce di Narciso, che tenta in ogni modo di farsi riamare dal fanciullo che vede nella fonte. Anche quando Narciso si rende conto che è soltanto il suo riflesso quello che osserva, non per questo il suo amore viene meno, anzi, diventa ancora più tormentato, in quanto alla follia della passione si aggiunge il dilemma della pazzia. Narciso infatti viene preso dallo sconforto e dall’incertezza : non ha idea di cosa fare, non capisce del tutto quel che succede
(“Quid faciam? Roger, anne rogem? Quid deinde rogabo?” ‘Che faccio? Chiedo, o aspetto che mi sia chiesto? Ad ogni modo, che chiederei?’ v. 465).
Quando infine intravede il suo destino, rendendosi conto che il suo è un amore irrealizzabile, inizia a meditare pensieri di morte, che però lo trovano esitante, restio a causare la morte dell’amato (che, essendo parte di lui, seguirebbe il suo destino):
… primoque estinguo in aevo.
Nec mihi mors gravis est, posituro morte dolores: hic, qui diligitur, vellem diuturnitor esset! Nunc duo concordesanima moriemur in una.” (‘morirò giovane. Ma la morte non mi è sgradita, perché nella morte saranno abbandonati i dolori: costui, che è da me amato, vorrei vivesse più a lungo! Ora moriremo insieme tutti e due in una sola anima.’ vv. 470/473).
Alla fine la morte sopraggiunge per consunzione amorosa, ed il corpo di Narciso si trasforma in un fiore. Anche nella morte il suo amore non trova riposo:
“tum quoque se, postquam est inferna sede receptus, in Stygia spectabat aqua.
” (‘e anche dopo che ebbe raggiunto gli inferi continuò a rimirarsi nelle acque stigie’ vv. 504-505).
Il doppio, rappresentato dal riflesso, è anche in questo mito qualcosa di negativo, di pericoloso. 
VENERE ALLO SPECCHIO Velazquez 1648 - 51.jpg (926181 byte)E’ facile trovare un chiaro legame con credenze religiose arcaiche in questo mito.  Come spiega Sir J. G Frazer nel Ramo d’oro (cap. XVIII, L’anima come ombra e come riflesso), l’immagine riflessa nell’acqua, come l’ombra o l’immagine allo specchio, era considerata da molte culture come la forma fisica dell’anima, e perciò portava in sé molti pericoli per la persona. Non solo in caso tale figura fosse danneggiata il danno sarebbe stato risentito anche dal ‘padrone’ del riflesso, ma c’era anche il pericolo che l’anima si separasse dal corpo fisico, prendendo vita propria, o che si fondesse o fosse catturata da qualcos’altro.
Il mito di Narciso può essere interpretato secondo questo primo schema: il volto del fanciullo, riflesso nella fonte, si è per un attimo separato tanto dal fanciullo in sé da permettere che egli se ne innamorasse. Il sentimento di Narciso per la sua immagine è solo il desiderio di essere di nuovo un tutt’uno con la sua anima. Alla ricongiunzione del riflesso, e quindi dell’anima, con Narciso in carne ed ossa, che corrisponde al riconoscimento del riflesso per quello che è, non corrisponde tuttavia la fine dell’amore impossibile di Narciso, e quindi si apre il dramma della scissione del sé tra io amante e io amato, che porta inevitabilmente alla morte del protagonista.
In entrambi i miti, quindi, si ha il doppio visto come qualcosa di negativo, grottesco in Ermafrodito e indicibilmente triste e senza speranza in Narciso. Il doppio è un elemento di sventura, cui tuttavia è impossibile opporsi, in quanto, come tutti gli avvenimenti della tradizione mitologica, è deciso dallo svolgersi del Fato, e quindi è immutabile
.
vai a "Il doppio nella letteratura"