Il tema del doppio
Tra i miti presi in considerazione nelle Metamorfosi di
Ovidio, molti sono quelli che hanno a che fare con il tema del "doppio". Ciò è
facilmente intuibile se si pensa alla metamorfosi come alla trasformazione del sé,
e quindi alla creazione di un doppio.
Tra i molti miti, due sono quelli che abbiamo scelto di analizzare: quello di Ermafrodito
e Salmacide e quello di Eco e Narciso (entrambi tratti dal libro III delle Metamorfosi).
Nel mito di Ermafrodito il tema del doppio è affrontato in vari punti. Già nel nome del
protagonista è presente la sua natura ambivalente: Ermafrodito, figlio di Ermes ed
Afrodite, due divinità che sono a volte opposte e a volte simili in molte delle loro
qualità e dei loro significati (Afrodite protegge lamore, mentre Ermes i viaggi,
che quasi sempre lo ostacolano, eppure entrambi tutelano gli scambi ed il commercio).
Il tema del doppio è qui espresso al meglio nellambiguità della figura di
Ermafrodito dopo la sua metamorfosi. Lui e Salmacide si sono fusi nel fisico, prendendo
sembianze comuni che sono un misto dei loro antichi aspetti, ancora distinguibili, ma non
più separabili:
mixta duorum corpora iunguntur, faciesque inducitur illis una
(si congiunsero i corpi mescolati dei due, e di essi appare una sola figura
vv.373-374).
Laspetto su cui Ovidio si sofferma e che mette in evidenza è lambiguità
sessuale del nuovo Ermafrodito, di cui non si può capire se è maschio o femmina, o
nessuno dei due, o addirittura entrambi:
nec femina dici nec puer ut possit, neutrumque et utrumque videntur
(né si poteva stabilire se fossero femmina o fanciullo, perché sembravano nessuno
ed entrambi vv.378/380).
Anche nella fine del mito è la perdita della virilità a preoccupare Ermafrodito, e non
tanto la consapevolezza della sua fusione con la ninfa: è solo quando Ermafrodito
"saccorge che il corso dacqua, in cui uomo sera immerso,
laveva reso
maschio a metà e aveva infiacchito le sue membra"
che il fanciullo inizia a preoccuparsi, non prima. Questo è una diretta conseguenza del
fatto che nel mito di Ermafrodito il tema del doppio è espresso soltanto a livello
fisico, e non a livello psicologico: anche dopo la fusione, Ermafrodito ragiona come ha
sempre fatto: i suoi pensieri non sono influenzati da quelli di Salmacide come lo è il
suo aspetto: dopo la fusione non viene nemmeno fatta parola della volontà di
Salamacide, per quanto ne sappiamo essa potrebbe benissimo essere stata annichilita
durante la metamorfosi.
La figura dellermafrodito può suscitare sentimenti contrastanti in colui che
la considera. Da un lato può essere considerata lassoluta armonia, il connubio
perfetto tra maschile e femminile, luce e oscurità (la purezza di Ermafrodito in
contrasto con la passionalità irrefrenabile di Salamacide), contemplazione e atto; dal
lato opposto invece può essere vista come un paradosso in forma umana, un insieme di
caratteristiche tanto contrastanti da essere incomprensibile e grottesco. Chiaramente
Ermafrodito stesso vede la sua situazione dal secondo punto di vista, visto che rimpiange
tanto la sua perduta virilità; e come dargli torto? non si può certo pensare che una
situazione tale possa essere armoniosa, considerando che nessuno dei due partecipanti alla
fusione laveva desiderata. Salmacide certo, se è ancora in grado di avere pensieri
propri, piange tristemente: il suo obiettivo era congiungersi ad Ermafrodito in maniera
del tutto differente, non fondersi con lui. Ermafrodito, poi, non solo si
trova unito per sempre ad un essere col quale non voleva avere nulla a che fare, ma si
trova anche nella difficile situazione di non saper definire con certezza la sua
identità, al punto di augurare ad altri la sua disgrazia, non tanto per un
sentimento vendicativo e di rancore contro il Fato, ma probabilmente per il semplice
bisogno di qualcuno come lui con cui rapportarsi, segnare paragoni e stringere legami.
Anche nel caso del mito di Narciso il doppio è qualcosa di non
veramente ricercato, qualcosa di casuale e allo stesso tempo una sfortuna. Narciso è un
giovane dal fascino incredibile, anche lui di ascendenza divina (era nato dalla violenza
del fiume Cefiso verso la ninfa Lirìope), che suscitava amore in ogni essere che posava
lo sguardo su di lui. Alla madre di Narciso era stata predetta per lui una vita che
sarebbe durata finché egli non avesse conosciuto se stesso. Intanto il giovane rifiutava
ogni amante che gli si proponeva, senza preoccuparsi dei sentimenti altrui.
Una delle vittime della sua incosciente crudeltà
fu la ninfa Eco. Essa era stata maledetta da Giunone, che laveva resa incapace di
parlare se non per ripetere le ultime parole dei discorsi altrui. Qui possiamo trovare il
primo punto in cui il tema del doppio, inteso soprattutto come ambiguità,
è espresso. I dialoghi tra Narciso e la Ninfa che lo insegue, infatti, sono tutti basati
sulla differente interpretazione che può essere data alle parole del giovane, se esse
sono scollegate dalla frase e messe in bocca alla ninfa innamorata:
Vieni! ella gli rimandò linvito.(
)
Qui incontriamoci! Incontriamoci!(
)
Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te! (
)
Darmi a te!
Ferita dal disprezzo dellamato, Eco si rifugia in una grotta dove muore di
consunzione, lasciando solo la voce a vagare per il mondo.
Intanto Narciso viene maledetto da un altro amante respinto:
sic amet ipse licet, sic non potiatur amato! (possa egli amare
con altrettanta intensità e non possedere lamato! v. 405).
Tale supplica viene ascoltata dalla dea della vendetta, e Narciso, specchiandosi in una
fonte, si innamora perdutamente del suo riflesso. Dopo poco tempo il fanciullo si rende
conto di essersi innamorato di una semplice ombra, ma ciò non conta, e, disperato per il
suo irrealizzabile amore, si trasforma in un fiore (un narciso), seguendo in un certo qual
modo la sorte di Eco.
Mentre nel mito di Ermafrodito il doppio era lunione di due entità diverse, in
Narciso si ha la separazione del sé: Narciso, che prima era uno, si divide tra il Narciso
in carne ed ossa ed il Narciso riflesso nella fonte.
La passione si impadronisce di Narciso, che tenta in ogni modo di farsi riamare dal
fanciullo che vede nella fonte. Anche quando Narciso si rende conto che è soltanto il suo
riflesso quello che osserva, non per questo il suo amore viene meno, anzi, diventa ancora
più tormentato, in quanto alla follia della passione si aggiunge il dilemma della pazzia.
Narciso infatti viene preso dallo sconforto e dallincertezza : non ha idea di cosa
fare, non capisce del tutto quel che succede
(Quid faciam? Roger, anne rogem? Quid deinde rogabo? Che faccio?
Chiedo, o aspetto che mi sia chiesto? Ad ogni modo, che chiederei? v. 465).
Quando infine intravede il suo destino, rendendosi conto che il suo è un amore
irrealizzabile, inizia a meditare pensieri di morte, che però lo trovano esitante, restio
a causare la morte dellamato (che, essendo parte di lui, seguirebbe il suo destino):
primoque estinguo in aevo. Nec mihi mors gravis est,
posituro morte dolores: hic, qui diligitur, vellem diuturnitor esset! Nunc duo concordesanima moriemur in una.
(morirò giovane. Ma la morte non mi è sgradita, perché nella morte saranno
abbandonati i dolori: costui, che è da me amato, vorrei vivesse più a lungo! Ora
moriremo insieme tutti e due in una sola anima. vv. 470/473).
Alla fine la morte sopraggiunge per consunzione amorosa, ed il corpo di Narciso si
trasforma in un fiore. Anche nella morte il suo amore non trova riposo:
tum quoque se, postquam est inferna sede receptus, in Stygia spectabat aqua.
(e anche dopo che ebbe raggiunto gli inferi continuò a rimirarsi nelle acque
stigie vv. 504-505).
Il doppio, rappresentato dal riflesso, è anche in questo mito qualcosa di negativo,
di pericoloso.
E facile
trovare un chiaro legame con credenze
religiose arcaiche in questo mito. Come spiega Sir J. G Frazer nel Ramo doro (cap. XVIII, Lanima
come ombra e come riflesso), limmagine riflessa nellacqua, come
lombra o limmagine allo specchio, era considerata da molte culture come la
forma fisica dellanima, e perciò portava in sé molti pericoli per la persona. Non
solo in caso tale figura fosse danneggiata il danno sarebbe stato risentito anche dal
padrone del riflesso, ma cera anche il pericolo che lanima si
separasse dal corpo fisico, prendendo vita propria, o che si fondesse o fosse catturata da
qualcosaltro.
Il mito di Narciso può essere interpretato secondo questo primo schema: il volto del
fanciullo, riflesso nella fonte, si è per un attimo separato tanto dal fanciullo in sé
da permettere che egli se ne innamorasse. Il sentimento di Narciso per la sua immagine è
solo il desiderio di essere di nuovo un tuttuno con la sua anima. Alla
ricongiunzione del riflesso, e quindi dellanima, con Narciso in carne ed ossa, che
corrisponde al riconoscimento del riflesso per quello che è, non corrisponde tuttavia la
fine dellamore impossibile di Narciso, e quindi si apre il dramma della scissione
del sé tra io amante e io amato, che porta inevitabilmente alla morte del
protagonista.
In entrambi i miti, quindi, si ha il doppio visto come qualcosa di negativo, grottesco in
Ermafrodito e indicibilmente triste e senza speranza in Narciso. Il doppio è un elemento
di sventura, cui tuttavia è impossibile opporsi, in quanto, come tutti gli avvenimenti
della tradizione mitologica, è deciso dallo svolgersi del Fato, e quindi è immutabile.
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