ANFITRIONE

 

LA MANO UBBIDISCE ALL'INTELLETTO Carlo Maria Mariani 1983.jpg (453150 byte)Nell'Anfitrione Plauto tratta il tema del doppio (ovvero della possibilità di trovare una persona perfettamente identica a noi), raccontando le movimentate avventure di Anfitrione e del suo schiavo Sosia. Tornati dalla guerra contro i Teleboi, essi si trovano davanti agli occhi due uomini perfettamente identici a loro; ciò accade perché Giove, innamoratosi di Alcmena, moglie di Anfitrione,  per poterle stare accanto,   assume le sembianze del condottiero con la complicità del figlio Mercurio, che si trasforma in Sosia.

Quando Sosia si trova di fronte Mercurio, che ha acquisito le sue stesse sembianze, si spaventa e cerca una conferma della sua identità, ricordando le esperienze appena passate ( ad esempio, il ritorno dalla battaglia), verificando che il luogo in cui si trova è a lui noto per lunga consuetudine, sentendo se stesso come protagonista di un’azione e come corpo.

vv. 403 ss. Sosia: "quid, malum, non sum ego servo Amphitruonis Sosia? Nonne hac noctu nostra navis huc ex portu Persico venit, quae me advexit? Nonne me huc erus misit meus? Nonne ego nunc sto ante aedes nostras? Non mi est lanterna in manu? Non loquor? Non vigilo? Nonne hic homo modo me pugnis contudit? Fecit hercle, nam etiam mi misero nunc malae dolent. Quid igitur ego dubito, aut cur non intro eo in nostram domum?

Sosia: Cosa, accidenti, non sono io Sosia, lo schiavo di Anfitrione? Non è forse giunta questa notte la nostra nave dal porto Persiano, la nave che mi ha portato? Non mi ha mandato qua il mio padrone? Non mi trovo ora davanti a casa nostra? Non ho una lanterna in mano? Non sto parlando? Non sono sveglio? Non mi ha preso a pugni quest'uomo, poco fa? Ma si, per Ercole: le mascelle mi fanno ancora male, povero me! Dunque perché ho dei dubbi? Perché non vado dentro, in casa nostra?

Si può dire che queste sono le certezze di cui ha bisogno Sosia  nel momento in cui un’altra persona identica a lui gli si presenta davanti. Anche un uomo di oggi potrebbe reagire così: queste reazioni di Sosia rimandano ad un "codice trans-culturale".

Il suo ha, si può dire, i connotati di un discorso filosofico: lo testimonia quell'igitur (dunque) che è una congiunzione propria dei discorsi filosofici. Non dobbiamo stupirci di ciò: filosofia e ricerca della propria identità non sono due cose differenti.
Il bisogno che Sosia avverte di "riconoscere" se stesso richiama il dramma di Edipo scritto da Sofocle due secoli prima:  il dramma dell'uomo che si crede "uno", e scopre di essere "un altro".

VENERE ALLO SPECCHIO Velazquez 1648 - 51.jpg (926181 byte)Nei versi 441 e seguenti, si presenta il tema dello specchio: Sosia, lo schiavo di Anfitrione, si vede in Mercurio come in uno specchio.

vv. 441 ss. Sosia: Certe edopol, quom illum contemplo et formam cognosco meam. Quem ad modum ego sum - saepe in speculum inspexi -, nimis similest mei. Itidem habet petasum ac uestitum; tam consimilest atque ego. Sura, pes, statura, tonsus, oculi, nasum uel labra. Malae, mentum, barba, collus, totus. Quid uerbis opust? Si tergum cicatricosum, nihil hoc similist similius.

Sosia: Certo, per Polluce, quando lo guardo e riconosco il mio aspetto, come sono fatto io - spesso mi sono guardato allo specchio - certo mi assomiglia moltissimo. Ha uguale il cappello e il vestito: mi assomiglia come mi assomiglio io. Gamba, piede, statura, capelli, occhi, naso, labbra, guance, mento, barba, collo: tutto. Che bisogno c'è di parole? Se ha la schiena piena di cicatrici, non c'è una somiglianza più simile a questa.

Lo specchio ha la capacità di conservare qualcosa dell’immagine che vi si riflette; spesso guardandosi allo specchio l’uomo non vede la sua immagine, ma qualcosa di diverso, ovvero la vera natura della persona. Lo specchio è strumento di conferma dell’identità personale, ma può essere anche nemico, perché può catturare qualche aspetto della persona. Sia nell'uno sia nell'altro verso, esso si configura come elemento di un codice trans-culturale.

Il problema dell’identità, per altri aspetti, è vissuto da Sosia, che è uno schiavo, in modo fondamentalmente diverso da come lo vivrebbe un uomo moderno; questo appare in particolare in alcuni versi: 399 ss, 460 ss.

(vv. 399 ss. - So: Certe edepol tu me alienabis numquam quin noster siem; nec nobis praeter me alius quisquamst servus Sosia.

E tu, certo, per Polluce, non riuscirai mai a farmi cambiare proprietà, così che io non appartenga più a questa casa! Da noi non c'è nessun altro schiavo Sosia oltre a me).

In questo verso si deve rilevare l’uso di alienare: tale verbo, tipico del linguaggio giuridico, significa "trasferire la proprietà a qualcun altro". Sosia, infatti, percepisce che il suo doppio intende possederlo interamente; questo verbo ci fa capire come lo schiavo, nell’antica Roma, venisse considerato alla stregua di un oggetto. Lo schiavo si identificava con il suo padrone. Possiamo, quindi, capire l’utilizzo dell’aggettivo possessivo "noster" e del pronome "nobis" piuttosto che meus, poiché lo schiavo fa riferimento al gruppo familiare al quale appartiene e si assimila ad esso. In opposizione a ciò possiamo vedere come il padrone goda del "possesso (usus) di sé" e, come, per restare se stesso, non abbia bisogno di essere messo in relazione al gruppo.

(vv. 844 ss. - Am: Delenitus sum profecto ita, ut me qui sim nesciam.

So: Amphitruo es profecto, cave sis ne tu te usu perduis, ita nunc homines immutantur, postquam peregre advenimus.

Am: Sono a tal punto fuori di senno, che non so più chi sono

So: Di certo sei Anfitrione, ma per favore, stai attento a non rinunciare alla proprietà di te stesso: tanto facilmente ora gli uomini si mutano, da quando siamo tornati dall'estero).

Nel verso 460 si può capire meglio la condizione dello schiavo nell'antica Roma.

(vv. 460 ss. - So: Ibo ad portum atque haec uti sunt facta ero dicam meo: nisi atiam is quoque me ignorabit. Quod ille faxit Iuppiter, ut ego hodie raso capite calvus capiam pilleum.

So: Non mi resta che andare al porto e riferire al mio padrone come sono andate le cose: a meno che anche lui non mi riconosca più! Che Giove mi faccia davvero questa grazia, così che oggi possa radermi la testa, e calvo mettermi il berretto dei liberti).

Qui notiamo  l’espressione "capiam pilleum"; Sosia cede alle argomentazioni di Mercurio, pensa ai lati positivi della vicenda e realizza di poter cambiare d’identità e diventare un liberto, se nessuno, nemmeno il padrone, più lo riconosce.

All'inizio la possibilità che anche Anfitrione non lo riconosca appare una sfortuna, una disgrazia. Egli sembra, infatti, molto preoccupato; subito dopo, tutto cambia, poiché s'accorge che questo gli potrebbe portare un cambiamento di stato, una condizione migliore. Egli inizia ad intravedere gli aspetti positivi dell'esser doppio e non unico. Se neppure Anfitrione riconoscerà la sua autenticità, lui rinuncerà ad essere Sosia, lo schiavo, e niente gli impedirà di essere un uomo libero, di indossare il pileo, cioè il copricapo di feltro a larga tesa portato dagli uomini liberi. Quando lo schiavo veniva affrancato, si radeva il capo e si poneva in testa il pilleus, segni manifesti della sua avvenuta affrancazione. La manumissio era la cerimonia con la quale il padrone donava la libertà allo schiavo; era vissuta come un vero e proprio rito, tanto che era previsto il taglio dei capelli, l’assunzione del pileo, il cambiamento dell’abbigliamento e anche del nome.

Dopo lo strano incontro con Mercurio-Sosia, Sosia inizia, come abbiamo visto, a porsi innumerevoli interrogativi. E la serie continua.

(vv. 455 ss. So: Abeo potius. Di immortales, obsecro vostram fidem, ubi ego perii? Ubi immutatus sum? Ubi ego formam perdede? An egomet me illic reliqui, si forte oblitus fui? Nam hicquidem omnes imaginem meam, quae antehac fuerat, possidet. Vivo fit quod numquam quisquam mortuo faciet mihi.

So: Me ne vado, piuttosto. O dei immortali, vi prego, dove ho incontrato la mia fine? Dove mi sono trasformato? Dove ho perso la mia identità? O forse mi sono lasciato laggiù, e me ne sono dimenticato? Perché, di certo, costui possiede tutto il mio aspetto, quello che prima era mio. Mi accade da vivo quello che nessuno mi farà mai da morto).

In particolare possiamo notare il collegamento che si istituisce tra il vedere il proprio doppio e l'idea della morte; importante è l’uso del verbo "perii" che significa "andare in rovina, perdersi o anche morire". Probabilmente Plauto prende l’idea di morte dalle credenze popolari che collegavano l’immagine del doppio a quella del fantasma, il cui incontro avviene solo quando si muore. La ripetizione di ubi ci fa capire che Sosia avverte la perdita di se stesso da qualche parte, in quanto qualcun altro ha preso il suo posto; quindi in un determinato momento e in un certo luogo il vecchio Sosia è morto per lasciare posto al nuovo Sosia.

Viene utilizzato anche il verbo immutari, che significa "essere trasformato con la magia, perdere possesso."

Questa è quindi una metamorfosi, un cambiamento: quest'idea è già contenuta nell’espressione versipellem riferita a Giove nelle parole iniziali di Mercurio."Colui che cambia aspetto" può essere anche uno stregone che ha la magica capacità di mutare la propria apparenza esteriore.

(vv. 121 ss. - Me: In Amphitruonis vertit sese imaginem. Omnesque eum esse censent servi qui vident: ita versipellem se facit, quando lubet.

Me: Si è trasformato nell'immagine di Anfitrione, e tutti gli schiavi che lo vedono, credono che sia lui: tanto è bravo a mutar pelle quando gli piace).

In un verso già analizzato troviamo anche un’espressione alquanto rara che sottolinea il carattere magico della metamorfosi: delenitus (v. 844 ss.)

Nell'antichità colui che aveva perso il senno, non apparteneva a sé, era stregato; delenitus. Quest’idea dell'oblio di sé richiama l’Odissea: quando la maga Circe trasforma in animali i compagni di Ulisse per sottometterli, loro dimenticano se stessi e la patria e subiscono una magia di trasformazione.

La relazione tra il tema del doppio e il tema della morte si spiega, come si è detto, alla luce delle  credenze relative all'esistenza dei simulacra, che riproducono le fattezze del defunto in forma di ombra, e alla luce della "metamorfosi" legata alla sfera del magico.

 

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