"Palermo
non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore
consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare."
(PaoloBorsellino)
Chi
era Paolo Borsellino?
Borsellino
nasce a Palermo il 19/1/1940 quasi alla fine del Fascismo. La famiglia
vive e vivrà in un quartiere borghese di Palermo: la Magione. Borsellino
è molto attaccato a questo quartiere dove ha trascorso tutta la
giovinezza.
Al momento dello sbarco degli alleati in Sicilia la madre di Borsellino
vieta ai figli di accettare qualsiasi dono dai soldati americani. "La
Patria è sconfitta, i sacrifici sono stati inutili, non c’è da essere
felici..." è una delle frasi della madre di Borsellino in quel
momento. Queste vicende e i racconti di "Zio Ciccio", reduce
della Campagna d’Africa, suscitano curiosità e lo spingono ad assumere
un atteggiamento obiettivo sulle vicende del periodo fascista, di cui la
sua famiglia è stata protagonista.
Anche il rapporto con i figli è molto forte. Cerca di proteggerli dalla
realtà che è intorno a lui e, nello stesso tempo, di trasmettergli il
proprio modo di essere e di agire. Un episodio per comprendere la fatica e
la difficoltà di questo rapporto si
può trovare nel momento in cui, in piena attività antimafia, Borsellino
viene trasferito con Falcone sull’isola dell’Asinara per motivi di
sicurezza. Fiammetta, figlia di Borsellino, sta male, viene allontanata
dall’isola: è malata di anoressia. La veglia la notte e cerca di
aiutarla in tutti i modi. Tutta la sua esistenza è pervasa da un senso di
colpa per aver provocato problemi così grandi alla sua famiglia.
Nel
1962 Borsellino si laurea con 110 e lode e, pochi giorni dopo, subisce la
perdita del padre. Ora è affidato a lui il compito di provvedere alla
famiglia. Si impegna con l’ordine dei farmacisti a tenere la farmacia
del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia di sua sorella.
Tra piccoli lavoretti e ripetizioni Borsellino studia per superare il
concorso in magistratura. Ci riesce nel 1963. Fare il magistrato a Palermo
ha un senso profondo, non è una professione qualunque. L’amore per la
sua terra, per la giustizia gli danno quella spinta
interiore che lo porta a diventare magistrato senza trascurare i
doveri verso la sua famiglia.
Nel 1965
Borsellino viene mandato al tribunale civile di Enna come uditore
giudiziario.
Nel 1967 ha il primo incarico direttivo: pretore a Mazara del Vallo nel
periodo del dopo terremoto. Cerca di incontrare i giovani e di renderli
protagonisti della lotta alla mafia.
Il 23 dicembre del 1968 Borsellino si sposa, continua a lavorare a Mazara,
facendo avanti e indietro da Palermo, anche più volte al giorno.
Nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove lavora fianco a
fianco con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.
Nel 1975 Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo e a luglio
entra all’Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco
Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia e
da questo momento comincia il suo impegno senza sosta per sconfiggere
l’organizzazione mafiosa.
Nel 1980 ariva l’arresto dei primi sei mafiosi. Nello stesso anno il
capitano Basile viene ucciso in un agguato. Per la famiglia Borsellino
arriva la prima scorta con le difficoltà che ne conseguono. Da questo
momento il clima in casa Borsellino cambia e il giudice stesso deve
relazionarsi con "quei ragazzi" che gli sono sempre a fianco e
che cambieranno per sempre le abitudini sue e della sua famiglia.
Il suo modo di fare, la sua decisione influenzano il "sentire"
dei suoi familiari. Dalle parole della moglie, ancora, si può comprendere
il rispetto e la sofferenza che si alternano nei loro cuori: "...Il
suo modo di esercitare la funzione di giudice lo condivido perchè
anch’io credo nei valori che lo ispirano....Non penso mai, per egoismo,
per desiderio di una vita facile di ostacolarlo....Non è stato un
sacrificio immolare la sua vita al mestiere di giudice: ama tantissimo
cercare la verità, qualunque essa sia."
La scorta costringe il giudice e la sua famiglia a convivere con un nuovo
sentimento: la paura. E’ così che Borsellino ne parla e la affronta:
"La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che
sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla
paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti."
Il Pool
Antimafia
Il Pool comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Barrile
lavorano uno a fianco all’altro, sotto la guida di Rocco Chinnici. Si
intravede e, lentamente, si instaura un legame comunitario tra i giudici
che appartengono al pool.
E’ nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della
gente e i magistrati lo sanno. Vogliono scuotere le coscienze e sentire
intorno a sé la stima della gente. Sia Falcone sia Borsellino hanno
sempre cercato la gente. Borsellino comincia a promuovere e a partecipare
ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di
piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per
sempre la cultura mafiosa.
Questa
squadra funziona bene, ma si comprende che per sconfiggere la mafia il
pool, da solo, non è sufficiente. Si chiedono nuovi magistrati
inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, che aiutino il
pool nel suo lavoro, il potenziamento della polizia giudiziaria,
l’istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di
controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi.
I magistrati del pool pretendono l’intervento dello Stato, perché
si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta.
Borsellino lavora senza sosta, firma provvedimenti, indaga, ascolta con
dedizione e responsabilità. Per questo Chinnici scrive una lettera al
presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei
confronti suoi e di Giovanni Falcone, importante per eventuali incarichi
direttivi futuri. A proposito di Borsellino così scrive Chinnici: "
Magistrato degno di ammirazione, dotato di raro intuito, di eccezionale
coraggio, di non comune senso di responsabilità, oggetto di gravi
minacce, ha condotto a termine l’istruzione di procedimenti a carico di
pericolose associazioni a delinquere
di stampo mafioso". L’encomio richiesto non è mai arrivato.
Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con
un’autobomba. Borsellino è distrutto: dopo Basile anche Chinnici viene
strappato alla vita e il vuoto si fa sentire molto. Ancora la moglie di
Borsellino racconta il legame di Borsellino con Chinnici ; "Con
Rocco, mio marito ha un rapporto di amicizia e di fiducia intensa e
reciproca. Una collaborazione durata tanti anni, fondata sulla massima
intesa...per Paolo la sua uccisione è un altro dolore atroce..."
Il "capo" del pool, il punto di riferimento, viene a mancare e
si ha l’impressione che la mafia, questa entità che tutto vede e tutto
osserva, abbia ben compreso lo spirito ed il nuovo modo di lavorare dei
giudici siciliani. Borsellino con molta preoccupazione commenta: "La
mafia ha capito tutto: è Chinnici la testa che dirige il Pool".
A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool,
sempre più affiatato continua nell’incessante lavoro raggiungendo i
primi risultati. "Sentiamo la gente fare il tifo per noi". Il
Pool non vuole sentirsi solo, cerca lo Stato e i cittadini, vuole una
mobilitazione generale contro la mafia.
Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Buscetta. Borsellino
sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle
indagini e nella preparazione dei processi.
Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario
Beppe Montana. Ancora sangue, per fermare le persone più importanti nelle
indagini sulla mafia e l’elenco dei morti è destinato ad aumentare. Il
clima è terribile: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti
all’Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza
correre ulteriori rischi.
All’inizio
del maxiprocesso l’opinione pubblica inizia a criticare i magistrati, le
scorte e il ruolo che si sono costruiti.
Nel 1986 Borsellino diventa Procuratore di Marsala per meriti, scavalcando
un magistrato che doveva precederlo per anzianità. Vuole continuare le
indagini sulla Mafia in quella provincia. Al
centro (Palermo) Falcone e a Marsala Borsellino in modo da scoprire
tutti i collegamenti esistenti tra la mafia di Palermo e quella della
provincia. Vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per
risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva Diego Cavaliero,
magistrato di prima nomina. Lavorano tanto e con passione. Sempre fianco a
fianco, Borsellino è un esempio per il giovane, non si risparmia mai.
Teme che la conclusione del maxiprocesso attenui l’attenzione sulla
lotta alla mafia, che il clima scemi e si torni alla normalità. Per
questo Borsellino cerca la presenza dello Stato, incita la società civile
a continuare le mobilitazioni per tenere desta l’attenzione sulla mafia
e frenare chi pensa di poter piano piano ritornare alla normalità.
Invece, il clima comincia a cambiare. Il fronte unico che aveva portato a
grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto
l’opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi
intorno a loro, comincia a cedere.
Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del Pool a causa di
motivi di salute. Tutti a Palermo aspettavano la nomina di Falcone al suo
posto, anche Borsellino è ottimista. Presto, però, si rende conto che il
CSM non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder
distruggere il Pool. Borsellino scende in campo e comincia una vera e
propria guerra, parla ovunque e racconta cosa sta accadendo alla procura
di Palermo; sui giornali, in televisione nei convegni, continua a lanciare
l’allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il
provvedimento disciplinare. Solo Cossiga, Presidente della Repubblica,
interviene in suo appoggio, chiedendo di indagare sulle dichiarazioni del
magistrato per accertare cosa stesse accadendo nel palazzo di giustizia di
Palermo.
Il
31 luglio il CSM convoca Borsellino che rinnova le accuse e le sue
perplessità.
Il 14 settembre si pronuncia il CSM: Falcone perde e Antonino Meli, per
anzianità, prende il posto che doveva essere suo. Paolo Borsellino viene
riabilitato, torna a Marsala e riprende a capofitto a lavorare. Nuovi
magistrati arrivano a dargli una mano, giovani e, a volte di prima nomina.
Il suo modo di fare, il suo carisma ed il
suo impegno in prima linea li contagiano; lo affiancano con lo
stesso fervore e con lo stesso coraggio nelle indagini su fatti di mafia.
Cominciano a parlare i pentiti e le indagini su connessioni tra mafia e
politica a prendere forma. Borsellino è convinto che, per sconfiggere la
mafia, i pentiti abbiano un ruolo fondamentale. Anche i giudici, però,
dovranno essere attenti, controllare e ricontrollare ogni dichiarazione,
ricercare i riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto possa essere
provato. E’ un’opera lunga ma i risultati non tarderanno ad arrivare.
Da questo momento gli attacchi a Borsellino diventano forti ed incessanti.
Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono ormai quotidiane; si parla
di candidature alla Camera o alla carica di Sindaco. I due magistrati
smentiscono ogni cosa. Comincia, intanto, il dibattito sull’istituzione
della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone,
intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per
l’istituzione della Superprocura. A Palermo era stato isolato, i
magistrati del vecchio Pool vengono ormai assediati all’interno e all’esterno del Palazzo
di giustizia. Per questo si sente la necessità di coinvolgere le più
alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da sola
non può farcela; con Falcone a Roma si sente di avere un appoggio in più,
Borsellino decide di tornare a Palermo. E’ in prima fila e tenta di
ricostruire quel clima che, ai tempi del Pool, aveva permesso di
raggiungere grossi risultati.
I Magistrati, con l’arrivo di Borsellino trovano nuova fiducia. A
Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia di Palermo dal
procuratore Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di Agrigento e
Trapani. Ricomincia a lavorare con l’impegno e la dedizione di sempre.
Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la
politica, riprendono gli
attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta. In una
dichiarazione si riassume lo stato d’animo di Borsellino in quel momento:
"Un pentito è credibile solo se si trovano i riscontri alle sue
dichiarazioni. Se non ci sono gli elementi di prova, la sua confessione
non vale nulla. E’ la legge che lo dice...e io sono un giudice che
questa legge deve applicarla. I rapporti tra mafia e politica? Sono
convinto che ci siano. E ne sono convinto non per gli esempi processuali,
che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è l’essenza stessa della
mafia che costringe l’organizzazione a cercare il contatto con il mondo
politico. ...e’ maturata nello stato e nei politici la volontà di
recidere questi legami con la mafia? A questa volontà del mondo politico
non ho mai creduto". Con questa consapevolezza il giudice, invece di
scoraggiarsi, si immerge nel lavoro con ancora più convinzione, come se
la sconfitta della mafia dipendesse solo dal suo operato e quello dei
magistrati che lo circondano.
Intanto a Roma viene finalmente
istituita la superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il
numero uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo
sostiene a spada tratta, sebbene non fosse d’accordo sulla sua partenza
da Palermo. Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si muove: è
di nuovo in prima linea. I due magistrati lottano uno a fianco
all’altro, temono che la superprocura possa divenire un’ arma
pericolosa se in possesso di magistrati che non conoscono la mafia
siciliana.
Nel Maggio 1992 finalmente Falcone raggiunge i numeri necessari per
vincere l’elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma
il giorno dopo Falcone viene ucciso
insieme alla moglie, a Capaci; la mafia sa che in quel posto il giudice
Falcone era troppo pericoloso.
Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale e lui è
morto tra le sue braccia. Tutti i momenti trascorsi insieme, da quelli più
belli a quelli più brutti, gli tornano alla mente.
Dalle prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle battute per
sdrammatizzare, ai momenti di lotta più dura quando insieme sembravano
"intoccabili", al periodo forzato all’Asinara fino al distacco
per Roma. Una vita speciale, quella dei due amici-magistrati, densa di
passione e di amore per la propria terra. Due caratteri diversi,
complementari tra loro, uno un
po’ più razionale, l’altro più passionale, entrambi con un carisma,
una forza d’animo ed uno spirito di abnegazione esemplari.
Gli viene offerto di prendere
il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma Borsellino
rifiuta, sebbene sia consapevole che quella sia l’unica maniera che ha
per condurre in prima persona le indagini sulla strage di Capaci. Così
risponde al Ministro : "...La scomparsa di Falcone mi ha reso
destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di
effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento....". Resta a
Palermo, nella procura dei veleni per continuare la lotta alla mafia,
diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto, che il suo
momento è vicino.
Ad un mese dalla morte dell’Amico Falcone, tra le fiaccole e con molta
emozione parla di lui, cerca di raccontarlo: "Perché non è fuggito,
perché ha accettato questa tremenda situazione....per amore. La sua vita
è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo
ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare,
per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare
a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre
forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa
città e la patria a cui
Vuole collaborare alle indagini sull’attentato di Capaci di competenza
della procura di
Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il
giudice cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta dei pentiti
Messina e Mutolo; la struttura di Cosa Nostra, ormai, va
delineandosi. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con
Borsellino, perché sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le
qualità morali e l’intuito investigativo. Continua a lottare per
poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo. Insiste e
alla fine il 19 luglio 1992 alle 7 di mattina gli viene comunicato
telefonicamente che finalmente avrà quella delega e potrà ascoltare
Lo stesso giorno Borsellino va nella casa del mare, a Villagrazia, con la
scorta. Si distende, va in barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo
pranzo torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico e con
l’esplosione dell’autobomba sotto la casa, in via D’Amelio, muore
con tutta la scorta. E’ il 19 luglio del 1992.
(Consultato
il sito: www.rainews24.rai.it/sito/agg_pagine/speciali/borsellino_intv/biografia.htm)
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