IL REGIME DELLA CORRUZIONE

Cosa si trova alla base della mafia?
Nando dalla Chiesa, nel libro Il giudice ragazzino, afferma che ciò su cui la mafia si basa è il REGIME DELLA CORRUZIONE, che come un’ombra la protegge, dandole sicurezza. Così Dalla Chiesa, nel libro, introduce il discorso sul regime della corruzione: “…ma dietro, sullo sfondo, ancora più grande e torva, si staglia l’ombra del regime della corruzione; è nel suo grembo che la mafia trova alimento e protezione. Quell’ombra che la protegge come un immenso angelo custode le dà sicurezza e baldanza…”
E questa è la definizione che ci dà in una delle pagine del libro: “Il regime della corruzione è fatto di tangenti che chiamano tangenti, di omissioni che chiamano omissioni, di silenzi che chiamano silenzi e di soprusi che chiamano soprusi…
La mafia, servendosi di questo regime, regna sovrana, sapendo che nulla la può ostacolare;  il potere mafioso, infatti, ha i suoi uomini nello Stato, ha magistrati che assolvono i mafiosi, non per errore o per scrupolo garantistico, ma perché li devono assolvere. Gli uomini della mafia, però, non sono  solo nel campo della magistratura, li troviamo anche nella politica e nell’imprenditoria. La potenza del potere mafioso viene dallo Stato stesso, che, invece, dovrebbe combatterla.
Nel libro, Dalla Chiesa paragona il clima in cui si trovano a lavorare i “giudici ragazzini” nella seconda metà degli anni Ottanta, alla situazione narrata in alcuni passi di Teste tonde e teste a punta di Bertolt Brecht. Nell’opera spicca la figura di Iberin, un dittatore che convince le folle che il male è portato dai Cik, razza di uomini con la testa a punta, che sono visti come la disgrazia dei Ciuk, gli uomini con la testa tonda. 
Iberin in questo caso è il regime della corruzione che definisce come antigarantisti i giudici impegnati nella difesa delle libertà e dei diritti civili, assimilati al popolo Cik.
  “…Dici che i familiari delle vittime hanno diritto a giustizia? Sei un antigarantista, animato da spirito di vendetta. Pensi che le parole di un pentito possano anche non essere false per teorema? Ecco, ancora, l’antigarantista, che pensa di far giustizia con le delazioni. Parli di lotta alla mafia? Ma questo è antigarantismo. Il giudice non lotta; è neutrale…”. I giudici degli anni ‘80 si trovano a dover combattere in questa situazione contro il senso di impotenza, contro l’assenza di mezzi, contro l’isolamento, contro le deposizioni dei politici, contro le minacce e gli avvertimenti.
Lo scontro fra regime e giudici si fa sempre più duro e raggiunge il culmine con il referendum del novembre del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici.
Iberin ormai ha realizzato il suo piano: ha trasferito la colpa dai politici ai giudici, diffondendo la convinzione che sia la giustizia a non funzionare, e non che, in realtà, siano proprio quelli che governano a pretendere che questa molte volte non funzioni.
I giudici escono sconfitti dal referendum, e i giudici di trincea, mandati con quei pochi mezzi a portare giustizia dove la mafia regna incontrastata, subiscono pesantemente questa sconfitta, che sembra voglia ridisegnare i confini tra ciò che è legale e ciò che non lo è.
Iberin ha voluto stabilire un principio di subordinazione tra politica e magistratura; dall’85 all’87 si realizza, infatti, una particolare combinazione di cariche e di persone, che segna una svolta negli equilibri del regime. Nasce l’asse Vassalli-Carnevale, sopra la quale si affaccia la figura di Francesco Cossiga. Giuliano Vassalli, l’allora ministro di Grazia e Giustizia, si incarica di supportare il disegno di ridimensionamento dell’autonomia giuridica, mettendo in evidenza la subordinazione dei giudici alla politica. Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, trasforma questa nella così detta “terza corte di merito” e, servendosi di questa, fa assolvere mafiosi e camorristi. Cossiga, divenuto da poco presidente della Repubblica, fa capire già dall’inizio ai giudici che non possono mettersi sullo stesso piano dei politici, ribadendo ulteriormente il rapporto di subordinazione che già si andava delineando fra giudici e politica. I giudici si ritrovano soli contro i valori della mafia, ma anche contro i valori di quel regime politico che trova una delle sue parti fondamentali nelle particolari combinazioni che si formano ai vertici della giustizia, e che permettono alla mafia di dettar legge senza ricevere particolari resistenze.
“…qual è il senso vero, profondo delle parole di Iberin? Che cosa si nasconde dietro la campagna per la giustizia giusta, dietro l’assalto ai giudici protagonisti? Questo è l’effetto perverso fondamentale che può annidarsi nella proposta di responsabilizzare civilmente il Giudice: essa punisce l’azione e premia l’inazione, l’inerzia, l’indifferenza professionale. Chi ne trarrebbe beneficio sono proprio quelle categorie sociali che, avendo fino a pochi anni or sono goduto dell’omertà di un sistema di ricerca e di denuncia del reato che assicurava loro posizioni di netto privilegio, recupererebbero attraverso questa indiretta ma ancor più pesante forma di intimidazione del Giudice la sostanziale garanzia della propria impunità […] tutto ciò che si è riusciti a conquistare sul terreno di una più effettiva valenza del principio di uguaglianza di tutti i cittadini dinnanzi alla legge, verrebbe vanificato di colpo e le condizioni della nostra Giustizia penale sarebbero retrocesse in un istante all’epoca dello Statuto Albertino.” (tratto da Il giudice ragazzino di N. dalla Chiesa)

vai alla prima pagina