“Cosa nostra”DOPO L’UNITA’ D’ITALIA LO STATO NON RIESCE  ESERCITARE IL PIENO CONTROLLO SOCIALE DEL MERIDIONE. IN UN CONTESTO SEGNATO DAL PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI VITA NELLE CAMPAGNE, SI AFFERMANO IN SICILIA ASSOCIAZIONI CRIMINALI CON CUI LO STATO DECIDE DI SCENDERE A PATTI.

Ancora non si conoscono le origini della mafia.
La parola mafia, che cominciò a diffondersi nella seconda metà del diciannovesimo secolo subito dopo l’Unità, è sinonimo di criminalità organizzata, ma i due concetti non coincidono pienamente. Le attività criminose tendono spesso ad assumere forma organizzata dove vi siano dei mercati illegali da sfruttare: droga, giochi d’azzardo, prostituzione, racket.
Le mafie non solo si limitano a gestire il proprio segmento di mercato illegale, ma tendono a realizzare un controllo su un determinato territorio, oppure sono così potenti da esercitare una pressione nei confronti dei poteri legali.


LA MAFIA PRIMA DELL’UNITA’ D’ITALIA
All’origine della  storia della mafia troviamo nuclei di persone in grado di esercitare la violenza che si servono della propria forza e capacità d’intimidazione non solo dedicandosi ad attività illegali, ma anche convertendo questa loro risorsa in uno strumento d’ascesa sociale e di controllo su alcuni settori chiave della società.
Si tratta di nuclei di violenti che occupano spazi di potere, contrastando i poteri legittimi dello Stato.
Nelle crisi rivoluzionarie che  si succedettero in Sicilia nella prima metà dell' '800 erano presenti squadre di armati che si formavano attorno ad un capo.
Le squadre erano composte per lo più dal popolo minuto e dimostravano di essere autonome ed ingovernabili.
La formazione di queste squadre si era verificata nel 1820, quando Palermo e la Sicilia erano insorte contro il governo borbonico.
Uno stato debole, incapace d’esercitare effettivamente la propria sovranità, favorì questo processo.

SI DIFFONDE LA SINDROME MAFIOSA
In Sicilia, dopo l’unità, la sicurezza pubblica era turbata da gravi episodi; molti di essi erano prodotti dall’opposizione delle popolazioni a provvedimenti del governo nazionale come la leva obbligatoria. A Palermo fu accertata la presenza di squadre di popolani che dimostravano di godere dell’appoggio dei notabili locali, che invece di collaborare con l’autorità pubblica li proteggevano e non si peritavano di comprare i loro servizi di protezione.
In questa situazione aggravata dalla rigidità della politica della destra storica si sviluppò nei funzionari governativi una “sindrome mafiosa”: la mafia era considerata una sorta di partito politico onnipotente che riuniva tutti gli scontenti dell’isola, oppositori dei governi moderati.

LO STATO SCENDE A PATTI CON I MAFIOSI
I mafiosi operavano là dove vi era ricchezza da sfruttare.
Fin dall’inizio i mafiosi apparvero organizzati e dimostrarono di saper scegliere le vittime da sottoporre alle loro angherie: se nei confronti dei proprietari più grandi manifestavano rispetto, tutto il potenziale di violenza veniva convogliato sui proprietari più moderati, incapaci di trovare chi potesse proteggerli. Nell’impossibilità di colpire i mafiosi, i responsabili dell’ordine pubblico decisero di scendere a patti con essi; nell’illusione di tenerli sotto controllo, ai mafiosi furono affidate funzioni di gestione dell’ordine pubblico.

A FINE OTTOCENTO LE COSCHE MAFIOSE SONO ATTIVE IN GRAN PARTE DELLA SICILIA. I MAFIOSI, CONSIDERATI “UOMINI D’ONORE”, SONO CIRCONDATI DAL RISPETTO DELLA POPOLAZIONE.
SI ACCENTUA IL PERVERSO LEGAME TRA MAFIA, POLITICA E MONDO DEGLI AFFARI CHE CONDUCE AD UNA TRAGICA CATENA DI DELITTI ECCELLENTI.

LE COSCHE
La mafia rappresentava per le classi subalterne una via rapida d’ascesa economica e sociale, per le classi dirigenti, che ricorsero ad essa anche nella competizione elettorale, la mafia era uno strumento da impiegare per difendere i propri interessi.
A una simile situazione faceva riscontro un preoccupante atteggiamento di molti esponenti delle classi dirigenti siciliane di accettazione del fenomeno e di negazione pubblica della sua esistenza. Che la mafia esistesse era dimostrato da sempre più numerose testimonianze.
Gli apparati repressivi collegarono tutte le informazioni che provenivano loro da spie e appurarono l’esistenza di un reticolo di cosche che avvolgeva le province di Palermo e Agrigento.
Si trattava di vere e proprie associazioni segrete in cui si entrava prestando un giuramento di fedeltà, al quale si rimaneva legati per tutta la vita. Chi sgarrava veniva punito, anche con la morte.
Le associazioni avevano nomi fantasiosi e le univa un dato comune: si trattava di cosche che esercitavano una forte pressione sul territorio e godevano di appoggi sia fra i proprietari terrieri che tra i funzionari dello stato.  

CRISI E RINASCITA DELLA MAFIA

LA LEGISLAZIONE REPRESSIVA DEL FASCISMO COLPISCE SENZA SRADICARE LA MAFIA SICILIANA.
DOPO AVER
SOSTENUTO IL SEPARATISMO ISOLANO, LA MAFIA SI INSERISCE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E TRAE ENORMI      VANTAGGI DALLO SVILUPPO ECONOMICO PROMOSSO DALLO STATO.
Mussolini combatté la mafia, ma ciò a cui mirava era l'eliminazione di qualsiasi influenza delle cosche sui contadini, e la sostituzione ad essa dei sindacati fascisti.
La repressione fascista della mafia si attuò dapprima con una serie di retate e migliaia di arresti, per giungere ad alcuni grandi processi per associazione a delinquere ed a provvedimenti di confino.
Tali provvedimenti risparmiarono le classi abbienti, con un chiaro intento di restaurazione proprietaria. G
li strumenti di lotta alla mafia messi in campo dal regime fascista furono, come in campo politico, quelli di uno stato forte di polizia. Divenne famoso in quegli anni Cesare Mori, detto “il prefetto di ferro” per il suo particolare accanimento nella lotta alla mafia a Palermo.
Il fascismo, inferto un grave colpo alla mafia, celebrò la vittoria e l’eliminazione del fenomeno mafioso, che però, pur in maniera latente, continuò a regolare i rapporti di potere nell’isola, per poi risorgere fin dalle prime battute dell’occupazione alleata prima e della repubblica poi.
Nel 43, con l’occupazione alleata dell’isola, le cosche che erano state costrette alla più assoluta clandestinità dal fascismo, contando anche sull’aiuto di alcuni mafiosi italoamericani come Lucky Luciano, riapparvero sulla scena siciliana e, anche se non esistono documenti probanti in proposito, strinsero probabilmente accordi con le forze di occupazione.
La mafia ebbe in quegli anni stretti contatti con gli ambienti separatisti siciliani che furono visti con favore dalle truppe americane; il fenomeno, alla fine dell’occupazione, grazie anche all’appoggio degli alleati, generò il caso del bandito Salvatore Giuliano.
Alla fine del periodo di occupazione americana i rapporti tra mafiosi siciliani e italoamericani si erano infittiti e consolidati e alcuni esponenti mafiosi, visti dagli alleati come “perseguitati” dal regime fascista, avevano assunto posizione di potere nelle amministrazioni pubbliche.
 
Dopo la fine della guerra scoppiarono le lotte contadine, che avrebbero portato alla riforma agraria, sostenute dai partiti di sinistra; la mafia si impegnò fortemente contro tali lotte e a favore della proprietà terriera. E' del '47 la strage di Portella delle Ginestre.

Negli anni cinquanta la situazione cambiò radicalmente: la costituzione della regione autonoma e gli investimenti statali trasformarono i partiti in macchine di raccolta del consenso tramite l’erogazione di risorse pubbliche; i grandi flussi di denaro e le migrazioni dalle campagne modificarono inoltre il quadro che aveva determinato la “questione agraria”.
Le cosche occuparono stabilmente le istituzioni e gli enti, utilizzando la trasformazione in atto nel partito al potere, la Democrazia Cristiana, che da partito di notabili divenne macchina politica che trovava alimento nel controllo delle risorse pubbliche. La mafia recuperò e consolidò l’attività di collettore di voti, inserendosi nelle relazioni affaristiche dell’economia siciliana, alimentata prevalentemente con denaro pubblico.
Furono gli anni in cui a Palermo divennero sindaco dapprima Salvo Lima e poi Vito Ciancimino, noti per avere causato la più gigantesca speculazione edilizia, in accordo con Luciano Liggio, mafioso di Corleone, che seppe trasformare la struttura “federale” tradizionale della mafia in una organizzazione più moderna di tipo centralizzato.
Liggio attuò la “modernizzazione” della mafia, introducendo uomini di sua fiducia nelle diverse “famiglie” storiche, uomini che, poi, eliminati gli avversari, ebbero il predominio.
Nonostante le insistenze della sinistra lo stato, controllato in quegli anni dalla Democrazia Cristiana, istituì la “commissione antimafia” solo nel 1963.
Nel frattempo il rapporto tra mafia, politica ed economia divenne sempre più stretto, al punto che nell’isola la politica divenne totalmente subordinata agli interessi mafiosi.
Dagli anni cinquanta, grazie al rapporto con i mafiosi italoamericani, si sviluppò il traffico di stupefacenti e la mafia ne assunse il controllo. A causa dell'immenso giro d’affari della droga, all’interno di “Cosa Nostra” scoppiarono sanguinose crisi intestine: fu la cosiddetta prima “guerra di mafia”.
I gravi fatti di sangue di quel periodo fecero grande impressione nell’opinione pubblica e lo Stato intensificò le indagini giudiziarie, in particolare grazie al giudice Cesare Terranova, mettendo in luce gli intrecci affaristici della nuova mafia imprenditrice; tuttavia le indagini non toccarono gli appoggi politici di cui godevano i mafiosi, perdendo così l’occasione di infliggere un colpo decisivo all’organizzazione criminale.
Alla fine degli anni sessanta alcuni processi mandarono assolti  uomini di spicco delle cosche, rafforzando agli occhi della popolazione siciliana la leggenda dell'impunità dei mafiosi  ed aumentandone, così, il prestigio ed il potere.

NEGLI ANNI SETTANTA “COSA NOSTRA” RAFFORZA IL SUO POTERE CON UNA SERIE DI OMICIDI E ASSUME IL CONTROLLO DEL TRAFFICO DI STUPEFACENTI.
HA INIZIO UNA “STRATEGIA DEL TERRORE” CHE INSANGUINA LA SICILIA E COSTITUISCE UNA SERIA E PROLUNGATA MINACCIA AGLI EQUILIBRI POLITICI IN ITALIA.

Dopo la crisi degli anni sessanta e a seguito di ripetute assoluzioni giudiziarie la mafia siciliana si riorganizzò.
Cosa Nostra accrebbe il suo potere economico mediante il crescente traffico di stupefacenti e cambiò atteggiamento nei confronti delle istituzioni: venne assassinato il Procuratore della Repubblica di Palermo, Scaglione, e venne fatto sparire per sempre il giornalista Mauro De Mauro, che stava indagando sulla morte di Enrico Mattei che, come dirà poi un pentito, fu vittima di un sabotaggio all’aereo che lo trasportava, ordinato da Cosa Nostra.
Dal 77 iniziò una lunga serie di omicidi operati dalla mafia:
il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo , il militante di estrema sinistra Giuseppe Impastato, il giornalista Mario Francese, il segretario della DC palermitana Michele Reina, il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il giudice Gaetano Costa, il sindaco democristiano di Castelvetrano Vito Lipari.

La cosca dei Corleonesi, sotto la guida di Totò Riina, prese il sopravvento all’interno di Cosa Nostra, eliminando una serie interminabile di “nemici interni”, in una vera e propria “guerra tra le cosche” che fece in due soli anni, dall’81 all’83, più di 1000 morti. La cosca vincente cambiò atteggiamento nei confronti dello stato e dei poteri alleati, cercando di assumere un ruolo egemone.
Si ruppero, quindi, gli accordi e le connivenze tra mafia e politica; Cosa Nostra cercò di assumere il controllo assoluto dell’isola.
Nel 1982 vengono assassinati l’esponente comunista Pio La Torre, il prefetto di Palermo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; nell’83 vengono assassinati il giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, il giudice Rocco Chinnici, numerosi agenti e carabinieri.
Negli anni successivi viene ucciso il giornalista Giuseppe Fava, il senatore repubblicano Ignazio Mineo e, nell’85, vengono assassinati Giuseppe Montana, Antonino Cassarà e Roberto Antiochia della squadra mobile di Palermo.
La mafia uccide con stragi spettacolari che coinvolgono spesso la scorta, le mogli delle vittime e, a volte, inermi ed ignari cittadini. Nel 1987 si concluse a Palermo con pesanti condanne il primo grande processo a cosa nostra, grazie all’attività dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ed altri.
Cosa Nostra organizzò una riposta a livello “militare”, assassinando i due giudici in altrettante spettacolari azioni. (Nella foto la strage di Capaci)
Ma il successo del primo maxiprocesso venne smantellato da una serie di decisioni che causarono lo smantellamento dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo; Cosa Nostra, operando pressioni psicologiche o grazie a rapporti con la politica e le istituzioni, volle riaffermare il proprio potere.
Nella fase successiva la mafia aggredì lo Stato non più in Sicilia, ma in luoghi simbolici della cultura e dell’arte italiana; si verificarono, così, per ordine di Totò Riina,  gli attentati di via dei Georgofili a Firenze (4 morti), del padiglione di arte contemporanea a Milano (5 morti), di piazza S.Giovanni in Laterano e della chiesa di S.Giorgio in Velabro a Roma.
Tali attentati furono ammonimenti forse rivolti allo Stato, per ottenere l’abolizione del carcere duro inflitto ai mafiosi.


RAPPORTI TRA MAFIA E POLITICA
La mafia aveva avuto rapporti privilegiati a Palermo, al tempo di Ciancimino, con la corrente democristiana di Fanfani; con la crisi della corrente fanfaniana, il maggior referente politico della mafia sembra che fosse Giulio Andreotti, il cui principale rappresentante  in Sicilia era Salvo Lima.
Dopo un lunghissimo processo Andreotti è stato assolto dalle accuse di concorso in associazione mafiosa.
I pentiti hanno riferito che Cosa Nostra aveva il controllo della gran parte del potere politico palermitano.



CONCLUSIONE 
Le protezioni di cui beneficiò la mafia non sono certo un’invenzione dei giudici del pool antimafia; ad ogni colpo inferto all’organizzazione criminale dalla parte sana degli apparati dello Stato ha sempre corrisposto la colpevole reazione degli apparati istituzionali e degli ambienti politici inquinati dalla mafia.
Oggi, forse, per la prima volta da decenni, una parte consistente della società siciliana ha preso le distanze dalla mafia e, dopo la crisi dei partiti della cosiddetta “prima repubblica”, si può sperare di vedere l’avvio di una nuova stagione nella quale le collusioni tra mafia e politica cessino di esercitare un potere assoluto nell’isola
(P. Pezzino, Le mafie, Firenze, 1999)

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