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Nato
a Palermo il 18 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio
chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni
Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di
Palermo nell'anno 1961. Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo
classico "Umberto" e, quindi, aveva compiuto una breve
esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini e
si trasferì subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per
circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente
l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale. A Palermo,
all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare
Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio
istruzione. Il consigliere istruttore Rocco
Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario
Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità
statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da
alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di
cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel
perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare
indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come,
soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una
visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva
provocato la "raffica delle assoluzioni".
Si può considerare una
svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma
specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra,
l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 del "pentito"
Tommaso Buscetta.
I funzionari di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti
collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate '85. Fu
allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due
magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a
soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere
dell'Asinara.
Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza
di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre
1987 dalla Corte di assise di Palermo. L'ordinanza di rinvio a giudizio
per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli
inizi di novembre di due anni prima.
Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In
autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il
cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il
pool, come Borsellino aveva
previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato
dal Consiglio superiore. I giudici Di
Lello e Conte si dimisero
per protesta.
Sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con
Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le
famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di
eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura
presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci
troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe
azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici
di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho
l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono
capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad
assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del
cosiddetto "corvo",
ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo
stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto
commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto
D. Sica.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina
di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di
Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò
all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani. Alle
elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della
magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la
giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate),
con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P.
Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella
conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente
del Consiglio dei ministri, C.
Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e
giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi
l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme
legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un
periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività
intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella
lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto
riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la
razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia
giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. La sua candidatura
a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore
della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto
una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage
di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza
della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30
gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente, aveva riconosciuto la
struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei
componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli
associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva
ribadito la validità e l'importanza delle chiamate in correità.
Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca
Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco
Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione
dell'assassinio, il 4 giugno
si unì il Senato degli Stati Uniti, con una
risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di
lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.
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