
Il fenomeno mafioso è diffuso in molti Stati fra i
quali l’Italia; le mafie italiane sono tre: la Camorra in Campania, la
‘Ndrangheta in Calabria ed infine Cosa Nostra
che è particolarmente potente e si è sviluppata in
Sicilia; in questo percorso ci occuperemo soprattutto di quest’ultima.
La mafia siciliana è molto antica: essa è nata nel
XIX secolo e nel corso degli anni si è sviluppata e radicata all’interno
della società.
Il radicamento e la potenza di Cosa Nostra si basano
sull’omertà, sulla mancanza di fiducia nello Stato, sulla percezione della
debolezza di esso, sulla corruzione, sulla disponibilità di grandi capitali
ottenuti grazie ad attività illecite (traffico di sostanze stupefacenti,
racket, prostituzione, per esempio), sull’omicidio di chi ostacola le sue
attività illegali.
L’omertà
è una vera e propria legge, quella del non far rimostranze contro
l’offensore, né rivelarne il nome o denunziarne il reato, riserbando la
vendetta per sé; l’omertà è la caratteristica più spiccata del
comportamento della gente nelle zone di mafia, in particolare in Sicilia. La
gente, soprattutto in passato, la praticava per timore della vendetta del
mafioso, ma più ancora per una sorta di rispetto di un codice cavalleresco che
vietava di far entrare nella contesa gli estranei (carabinieri, giudici, ecc..).
Si possono capire, perciò, le grandi difficoltà che i vari pentiti, di cui
Buscetta è un esempio, hanno incontrato, decidendo di collaborare con la
giustizia, infrangendo, così, la “legge del silenzio” e andando incontro a
vendette spietate da parte dei boss mafiosi.
All’inizio la mafia siciliana era una mafia di tipo
agricolo, ma col passare degli anni, grazie anche ai contatti con la mafia
americana, è divenuta “imprenditrice”, ha accresciuto i suoi capitali,
servendosi del traffico di
droga e li ha investiti in vari campi, ad esempio nell’imprenditoria,
cercando di ottenere appalti convenienti. La mafia, grazie ai suoi mezzi
economici, alla sua straordinaria capacità di radicarsi profondamente nel
contesto sociale, è riuscita formare un regime
di corruzione fatto di
alleanze, favori, trame, assassinii, complotti e soprattutto complicità del
potere legale con quello illegale. Grazie alla corruzione essa è riuscita a
creare uno Stato dentro lo Stato dove lei stessa è legge.
All’inizio, del fenomeno mafioso si negava
addirittura l’esistenza stessa; solo a partire dagli anni ’60 / ’70 si è
cominciato a considerarlo come un vero e proprio problema della società
italiana. In quegli anni cominciò la controffensiva dello Stato verso la mafia, e si iniziò ad
indagare.
Molti furono i magistrati
(fra questi il giudice Livatino), i prefetti e i carabinieri che
cercarono di contrastare questo fenomeno, ma quando divennero degli ostacoli, e
soprattutto quando toccarono la mafia nel suo punto debole, il capitale
economico, vennero uno dopo l’altro tolti di mezzo.
Solo nel settembre del 1982, dopo la strage di via
Carini, in cui persero la vita il generale Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, la moglie
Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta, Domenico Russo, venne approvata
dal parlamento la legge con cui Pio la Torre
aveva proposto, prima di essere assassinato con il
suo autista, leggi speciali contro la mafia. La legge Rognoni-La Torre
introdusse nel codice penale il fondamentale articolo 416 bis, che definisce il
reato di associazione mafiosa. Nel 1991 il governo varò un’imposta destinata
a fondo di solidarietà per le vittime del racket e istituì la D.I.A.
(Direzione investigativa antimafia) e la D.N.A. (direzione nazionale antimafia).
La lotta contro la mafia da parte dello Stato fino
agli anni novanta è stata ispirata dalla “logica dell’emergenza”: contro
tale logica si
batterono i giudici Falcone
e Borsellino,
chiedendo
che le leggi fossero sorrette da “una forte e
precisa volontà politica” che si concretizzasse in “strutture
adeguate” e “dotate di uomini professionalmente qualificati”, in
attenzione costante ai problemi della sicurezza dei magistrati, in un concreto
sostegno agli uomini impegnati nella lotta contro la mafia che non può
risultare vincente se le indagini non sono frutto di un lavoro di gruppo.
La lotta contro la mafia sembra segnare il passo da
quando nel 1997 il Parlamento ha varato la riforma dell’art. 513
del codice di procedura
penale che rende quasi impossibile “l’accertamento giudiziale dei fatti di
reato e delle relative responsabilità”.
Un
ruolo fondamentale nella lotta alla mafia è da attribuire anche ai pentiti,
mafiosi che hanno deciso di collaborare con la giustizia e che hanno permesso di
individuare la struttura interna dell’organizzazione. Il primo tra questi fu
l’ex boss di Cosa Nostra, Tommaso
Buscetta, che fece importanti dichiarazioni svelando i meccanismi della
“cupola”. Inizialmente vi fu da parte dei pentiti una maggior resistenza a
parlare con i magistrati: essi non negavano di sapere ma credevano lo stato
impreparato a gestire le loro informazioni.
Grazie
a queste testimonianze sono state smascherate alleanze clamorose tra mafia e
politica e molti uomini di potere furono duramente accusati.
Il
caso per eccellenza è sicuramente quello di Giulio Andreotti, accusato nel 1994 di associazione
mafiosa e poi scagionato per insufficienza di prove dopo un lungo e articolato
processo.
Da
quando la gente si è decisa ad abbattere l’ancor saldo “muro dell’omertà”,
le forze della giustizia sono notevolmente aumentate.
Ma perché il muro sia definitivamente abbattuto è necessaria una maggiore fiducia nelle istituzioni, una più efficace educazione alla legalità e un’opera più incisiva per il miglioramento delle condizioni di vita, di lavoro, d’istruzione soprattutto nelle regioni dove il fenomeno mafioso è più radicato. In sostanza, una maggior presenza dello Stato.