FORME DI ILLEGALITA’ NEL TERRITORIO BRESCIANO

(Dall'incontro del 3 marzo 2001 con Antonio Chiappani, sostituto procuratore della D.D.A. della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia)

 

Sabato 3 marzo abbiamo partecipato ad un incontro con Antonio Chiappani, il sostituto procuratore della D.D.A. della procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia. L'argomento del dibattito era l'illegalità nella nostra provincia. Il procuratore si è rivolto a noi studenti con un linguaggio semplice e chiaro. Alla chiarezza del discorso hanno notevolmente contribuito i numerosi  esempi tratti dalla diretta esperienza del sostituto procuratore. Fin dall'inizio si è fatto riferimento alle mafie, ormai diffuse ovunque e non solo nel Meridione. Chiappani ha, infatti, affermato che anche a Brescia esiste la criminalità organizzata e che bisogna distinguere due tipi di mafie: quella italiana e quella straniera.

Le mafie straniere, preponderanti quella magrebina, albanese e cinese, si occupano rispettivamente di droga, prostituzione e confezioni prodotte con manodopera schiavile. I magrebini controllano, nella zone del Carmine e  in gran parte del centro storico di Brescia, il mercato dell’haschisc.

La mafia cinese, la Mano nera, è responsabile della “tratta” di manodopera  dalla Cina. I nuovi schiavi arrivano in Italia attraverso la Russia, viaggiano in celle frigorifere in condizioni disumane e, giunti a Brescia, lavorano in laboratori clandestini. Per avere un documento di identità, devono pagare all’associazione Lit. 30.000.000 a testa. Questi lavoratori vengono considerati schiavi dai loro “padroni”. Ciò che producono può essere venduto a bassissimo prezzo, poiché il costo della manodopera è irrisorio. Questo causa difficoltà alle imprese italiane e bresciane, le quali o scendono a patti con la Mano Nera, (comprando i prodotti dei laboratori cinesi, dopo aver magari fornito loro i macchinari) o falliscono.

Il Dott. Chiappani non ha mai dovuto firmare un'autorizzazione di seppellimento di un cinese: ciò fa molto riflettere sulle condizioni in cui vivono. Questi scenari fanno parte della nostra realtà quotidiana.

Noi, con il nostro silenzio, con la nostra inerte e acritica accettazione, permettiamo il perpetuarsi della situazione.

Il Dott. Chiappani ha insistito sul fatto che ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa. Nelle sue parole abbiamo percepito una richiesta d'aiuto che tradiva la solitudine e l’impotenza del magistrato di fronte ad un fenomeno rispetto al quale egli non ha strumenti di intervento adeguati. Era come se ci comunicasse il suo bisogno di “alleati”: Si è percepita questa richiesta, soprattutto quando ha  parlato delle conseguenze della riforma del “513” e del giusto processo, che hanno vanificato anni e anni di indagini, e della mancanza di collaborazione  da parte di altri Paesi europei (per esempio l'Olanda) nella lotta contro la droga.

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