DOSSIER/1.
Tutti gli atti dell'accusa e della difesa
E adesso il processo al senatore entra nella fase decisiva
"Imputato Andreotti
lei e Cosa Nostra..."
di ENRICO BELLAVIA
PALERMO
-
L'imputato Andreotti si appresta a sostenere l'ultimo round - quello decisivo -
davanti ai giudici del tribunale di Palermo. La procura del capoluogo siciliano,
capeggiata da Giancarlo Caselli, ha cominciato proprio in questi giorni a
sostenere la lunga e articolata requisitoria contro il senatore a vita che fu a
lungo e a più riprese presidente del consiglio, leader dc e - soprattutto - uno
dei politici più influenti dell'intera storia italiana del dopoguerra. Un
prestigioso curriculum e una macchia che al momento appare indelebile. L'accusa
di associazione mafiosa.
Ed è proprio per sostenere questa accusa che i pm palermitani hanno costruito
un monumentale atto "di investigazioni e di prove" contro l'imputato
eccellente. In questo dossier ricostruiamo le tappe principali di un
dibattimento che ha coinvolto i capi di Cosa nostra e molti esponenti delle
istituzioni, ripercorriamo il ruolo avuto dai protagonisti dell'intera vicenda,
a partire dai grandi accusatori del senatore a vita, ripassiamo gli enigmi di
quello che appare comunque come uno dei grandi misteri irrisolti degli ultimi
decenni. E soprattutto cominciamo con il rivedere - dettagliatamente - gli atti
d'accusa contro Andreotti e, parallelamente, le posizioni espresse dalla difesa.
Attingendo alle dichiarazioni processuali, alle memorie presentate dall'imputato
e alle decine di interventi pubblici, si può così tentare una sintesi del
contraddittorio. Tenendo conto, però di una discriminante fondamentale:
Andreotti nega di aver mai conosciuto i cugini Nino e Ignazio Salvo. Tutta
l'impalcatura del processo, dal punto di vista dell'accusa, si regge sull'esatto
opposto: i Salvo costituivano i referenti mafiosi di Salvo Lima, il luogotenente
andreottiano che avrebbe fatto da intermediario tra le istanze degli
"amici" siciliani e Roma. Il senatore nega qualsiasi attendibilità
alle affermazioni di Tommaso Buscetta, dal quale, secondo lui, dipendono le
altre testimonianze che sorreggono il suo racconto. Ecco, comunque, la
contrappozione tra le tesi:
ACCUSA: nel 1968 - subito dopo le
elezioni politiche - Salvo Lima aderisce alla corrente di Andreotti, che grazie
al nuovo contributo si trasforma da semplice corrente laziale (2 per cento circa
degli aderenti al partito della Dc) in corrente di rilievo nazionale (10 per
cento circa), determinante per gli equilibri interni della DC.
DIFESA: L'apporto di Lima non
modifica il peso di Andreotti dentro al partito. Il prestigio e la sua forza
elettorale preesistevano. L'autorevolezza di Andreotti non derivava dalla
corrente, come sostiene la Procura, perché gli incarichi di governo sono
settoriali, limitati e temporanei. Gli incarichi di governo hanno coperto 39
anni su 50.
ACCUSA: in quel periodo Salvo Lima, figlio dell'uomo d'onore Vincenzo Lima,
è uno dei politici più fortemente appoggiati da Cosa Nostra (in particolare da
Stefano Bontate), ed è legatissimo ai cugini Salvo, dei quali è il principale
candidato.
DIFESA: né a carico di Lima, né a
carico dei Salvo era stato adottato alcun provvedimento giudiziario, né si
aveva contezza delle frequentazioni dei Salvo, che Andreotti non ha mai
conosciuto. I Salvo, oltretutto, avevano simpatie politiche per i dorotei.
ACCUSA: nel 1976, dopo Lima,
Andreotti accetta un accordo con Vito Ciancimino, legatissimo ai Corleonesi. Il
patto viene stipulato a Palazzo Chigi, in un incontro cui partecipano Andreotti,
Salvo Lima, Vito Ciancimino, Mario D'Acquisto, Giovanni Matta. Ciancimino viene
anche finanziato dalla corrente andreottiana (tramite Gaetano Caltagirone) e a
Palermo Lima gli paga le tessere. Questo accordo, in forme più o meno palesi,
dura certamente fino al congresso regionale della Dc di Agrigento del 1983.
DIFESA: si tratta di normali accordi
politici all'interno di un quadro politico locale. Nessuno dei protagonisti era
coinvolto, allora, in vicende giudiziarie.
ACCUSA: i rapporti tra Andreotti e gli esponenti di Cosa Nostra dei quali
Lima è già espressione si intensificano, e diventano diretti, nel periodo
1978-1979, quando si verificano delle situazioni gravemente critiche, che
inducono Andreotti a servirsi di Cosa Nostra.
DIFESA: Andreotti non ha mai
incontrato alcun esponente di Cosa nostra, né poteva farlo, dato che essendo
sempre sotto scorta, i suoi spostamenti e i suoi contatti non potevano passare
inosservati.
ACCUSA: la prima di tali situazioni
è il sequestro Moro. In una prima fase della vicenda, per input di Salvo Lima e
dei cugini Salvo, Bontate si attiva per favorire la liberazione di Moro, ed a
tal fine incarica Buscetta di contattare le Br. Poi arriva il contrordine. Il
motivo del contrordine si può individuare nel contenuto dei documenti scritti
da Moro, documenti in cui Moro attacca pesantemente Andreotti con rivelazioni
che in parte saranno rinvenute soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di
via Montenevoso a Milano nell'ottobre 1990).
DIFESA: i giudizi di Moro sono di un
uomo che sente la fine imminente, sotto la pressione dei carcerieri. Andreotti
non poteva promuovere alcun genere di rapporti con Cosa nostra per intervenire
sulle Brigate rosse. Il suo governo era per la linea della fermezza.
ACCUSA: nel periodo compreso tra il
dicembre 1978 ed il gennaio 1979, il generale Dalla Chiesa cerca di acquisire
informazioni nel circuito carcerario anche sugli scritti di Moro ed ha contatti
con Pecorelli, il quale è pure interessato allo stesso argomento.
DIFESA: quei contatti rientravano
nell'ambito delle competenze del generale. Il decreto con il quale Dalla Chiesa
fu nominato a capo del coordinamento delle attività contro il terrorismo e il
crimine organizzato ha la firma di Andreotti e dei ministri Rognoni e Ruffini.
ACCUSA: Pecorelli viene a conoscenza
di parti omesse del memoriale Moro, e dall'ottobre del 1978 sulla rivista OP
intensifica gli attacchi contro Andreotti e Vitalone (scandali Italcasse,
Sindona).
DIFESA: Andreotti ha subito negli
anni diverse campagne di stampa tese a delegittimarlo.
ACCUSA: Vitalone cerca di indurre
Pecorelli a cessare gli attacchi (cena alla Famiglia piemontese ed Evangelisti
gli offre denaro subito 30 milioni datigli da Gaetano Caltagirone) per non
fargli pubblicare il numero di OP con la copertina dedicata agli assegni del
Presidente.
DIFESA: Fu Pecorelli a chiedere un
sostegno economico per la rivista.
ACCUSA: Il 20 marzo 1979 Pecorelli
viene ucciso a Roma da Massimo Carminati, un killer neofascista incaricato da
Danilo Abbruciati (esponente della banda della Magliana ed uomo di Pippo Calò),
e da Michelangelo La Barbera (uomo d'onore della famiglia di Boccadifalco, a
quell'epoca assai vicino anche a Stefano Bontate). L'omicidio è stato
commissionato a Cosa Nostra dai cugini Salvo per conto di Andreotti ed agli
uomini della banda della Magliana da Claudio Vitalone.
DIFESA: Questa è l'impostazione
accusatoria della Procura di Perugia non una verità processualmente accertata,
fondata sul racconto, riferitogli da Gateano Badalamenti, di Tommaso Buscetta.
Badalamenti lo ha smentito.
ACCUSA: Nello stesso periodo del
1979, presumibilmente per gli stessi motivi che determinano l'omicidio di
Pecorelli (segreti di Moro riguardanti Andreotti), Stefano Bontate "per
ragioni legate a questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso
Bontate era vicino" matura il disegno di eliminare Dalla Chiesa,
attribuendo il delitto alle Br; viene incaricato Buscetta di contattare le Br,
ma queste rifiutano.
DIFESA: Di questo parla solo Buscetta,
ma perché la mafia doveva avvertire preventivamente le Br?
ACCUSA: Sempre verso la fine del 1978
Andreotti, utilizzando come tramite Evangelisti (allora Sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio) fa ripetute pressioni sulla Banca d'Italia (in
particolare su Mario Sarcinelli, allora Capo della Viglianza), in favore di
Sindona.
DIFESA: Andreotti non si è mai
interessato dei destini personali di Sindona.
Fu invece un avvocato di Sindona a consegnare ad Evangelisti lo schema su un
possibile salvataggio della banca. Quando avvenne l'incontro Andreotti era
all'estero. Del progetto di intervento il governo delegò l'ex ministro Gaetano
Stammati. Verificata l'impossibilità di andare avanti, il caso fu archiviato.
ACCUSA: Sempre tra il 1978 ed il 1979
Andreotti incontra ben 10 volte (25 luglio 1978; 1o settembre 1978; 5 ottobre
1978; 15 dicembre 1978; 8 gennaio 1979; 23 febbraio 1979; 22 marzo 1979; 26
giugno 1979; 5 settembre 1979; 21 maggio 1980) il difensore di Michele Sindona,
Rodolfo Guzzi, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a
favorire lo stesso Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per
evitargli l'estradizione. A favore di Sindona si muove, d'intesa con Andreotti,
anche Licio Gelli.
DIFESA: Andreotti ha conosciuto Gelli,
ma non si è mai interessato dei suoi affari. Quanto a Sindona lo ha conosciuto
quando era uno stimato banchiere.
ACCUSA: Nel 1979 nasce in Sicilia il
caso Mattarella. Il presidente della Regione Siciliana, fino ad allora partecipe
di equilibri politici con Lima e lo stesso Ciancimino, comincia ad andare
concretamente contro gli interessi di Cosa Nostra.
DIFESA: E' la ricostruzione di un
clima che rende possibile il racconto di Marino Mannoia.
ACCUSA: Nella primavera-estate del
1979 (sicuramente dopo l'omicidio di Michele Reina, commesso a Palermo il 9
marzo 1979), Andreotti, in una riunione svoltasi in una riserva di caccia con
Stefano Bontate, Salvo Lima, i cugini Salvo, viene informato del nuovo corso
della politica di Mattarella. Prende tempo, e Bontate commenterà: "Staremo
a vedere". Sempre nella primavera-estate del 1979 (tra l'1 maggio e il 31
agosto), a riprova dell'intensità dei rapporti che ormai lo legano a Cosa
Nostra, Andreotti ha a Catania un incontro con Benedetto Santapaola, cui
partecipa Lima.
DIFESA: Andreotti smentisce che vi
siano stati gli incontri, l'incontro catanese è inconfutabilmente contraddetto
da documenti ufficiali che testimoniano che Andreotti era da tutt'altra parte.
ACCUSA: verso la fine di ottobre del
1979 Mattarella, insistendo nella sua linea politica che lo ha ormai
contrapposto agli interessi di Cosa Nostra e dei suoi referenti politici ha un
incontro con Virginio Rognoni (allora Ministro dell'Interno) per manifestargli
le gravi preoccupazioni che gli derivavano dall'interno del suo stesso partito;
al suo capo di gabinetto, Maria Grazia Trizzino, riferisce: "Se dovesse
succedere qualcosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro
con il Ministro Rognoni, perchè a questo incontro è da ricollegare quanto di
grave mi potrà accadere". Proprio nello stesso periodo, si era infatti
consolidato il rapporto di alleanza tra gli andreottiani e Ciancimino.
Quest'ultimo, per input dei Corleonesi, aderisce alla corrente andreottiana. Il
6 gennaio 1980 viene ucciso a Palermo Piersanti Mattarella. L'omicidio, secondo
quanto riconosciuto dalla recente sentenza della Corte di Assise di Palermo è
deliberato dalla Commissione; sono d'accordo, anche se non formalmente partecipi
della decisione, i cugini Salvo. Pochi mesi dopo, Andreotti ritorna in Sicilia e
- in una villetta alla periferia di Palermo incontra Bontate, Lima, i cugini
Salvo. Andreotti protesta per l'omicidio ma, quando Bontate lo minaccia di
ritirare il sostegno elettorale
di Cosa Nostra alla sua corrente politica accetta la situazione.
DIFESA: la fonte degli incontri
palermitani è solo Marino Mannoia. Andreotti nega. In un caso il racconto è
indiretto. Mentre del successivo incontro palermitano Marino Mannoia dice di
essere testimone oculare. Secondo Mannoia Andreotti sarebbe arrivato
dall'aeroporto di Trapani. Piloti e responsabili di compagnie aeree lo
smentiscono. Ma, in generale, il capitolo dei viaggi è smentito dalla notorietà
di Andreotti, che chiunque avrebbe potuto riconoscere.
ACCUSA: Andreotti, dopo aver pensato di poter utilizzare Cosa Nostra per i
suoi fini di potere, e dopo le vicende del sequestro Moro, di Sindona e di
Pecorelli, non può più ritrarsi dal patto criminoso con l'organizzazione
mafiosa, ma è anzi costretto a consolidarlo. Infatti, anche dopo l'omicidio
Mattarella, permangono intensi i suoi rapporti personali e politici non soltanto
con l'onorevole Lima, ma anche con i cugini Salvo.
Andreotti ha sempre negato, contro ogni evidenza, di conoscere i Salvo e ciò
ben si comprende, poichè questi rapporti rappresentano un riscontro non
soltanto dei suoi rapporti con Cosa Nostra, ma anche del suo possibile
coinvolgimento in gravissimi fatti specifici quali gli omicidi di Pecorelli e
del generale Dalla Chiesa. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo saranno
invece inconfutabilmente provati mediante fotografie, e numerose testimonianze.
Così come saranno inconfutabilmente provati i rapporti intrattenuti con i
cugini Salvo dal senatore Claudio Vitalone, coinvolto infatti nell'omicidio
Pecorelli. Il 3 settembre 1982 viene ucciso a Palermo Dalla Chiesa. Il generale,
in un colloquio avuto con Andreotti, il 5 aprile 1982, e sempre incredibilmente
negato da Andreotti aveva chiaramente detto a quest'ultimo che che non avrebbe
avuto riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingevano i suoi
grandi elettori e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a
Palermo la famiglia politica più inquinata del luogo, aggiungendo che gli
andreottiani c'erano dentro fino al collo.
DIFESA: Andreotti non conosce i
Salvo, era amico di Dalla Chiesa, tanto da volerlo a Palermo, criticò il
mancato conferimento dei poteri speciali da lui chiesti e stigmatizzò che gli
venisse sottratta la competenza sulla criminalità delle altre regioni del Sud.
Nel colloquio che ebbe con Andreotti, richiesto dal generale, come gli altri,
Dalla Chiesa gli comunicò che Mario D'Acquisto, allora presidente della
Regione, lo aveva invitato a colazione e ad Andreotti che rispondeva che la cosa
non gli appariva strana, il generale obiettò che non conosceva la diffidenza
che al sud si ha per i carabinieri. Andreotti non sapeva delle resistenze
ambientali che Dalla Chiesa ha riferito nel suo diario privato, sotto forma di
dialogo con la moglie morta, ma se vi fosse stato motivo per prendere le
distanze da qualcuno, il generale ne avrebbe parlato ad Andreotti.
ACCUSA: dopo la presa del potere in
Cosa Nostra da parte dei Corleonesi, i rapporti tra Andreotti e Cosa Nostra
diventano più difficili ma, quando la corrente andreottiana non si impegna a
sufficienza contro il maxi-processo, e soprattutto quando viene approvata la
legge Mancino-Violante del 17 febbraio 1987, che sostanzialmente preclude la
possibilità della scarcerazione degli uomini d'onore detenuti, Cosa Nostra
reagisce in occasione delle elezioni politiche del 16 giugno 1987 pilotando i
consensi elettorali a favore del Psi.
DIFESA: la Dc non ha avuto danni in
Sicilia. Confrontando i dati siciliani si passa dal 37,9 dell'83 al 38,8 del'87
contro un 41 per cento del '92. Il Psi ha avuto questo andamento: 13,3
(nell'83), 14,9 (nell'87) e 14 (nel '92).
ACCUSA: La posizione di Lima e di
Ignazio Salvo che sono sopravvissuti alla guerra di mafia del 1981-82 proprio
perchè utilizzati dai Corleonesi quali tramiti con Andreotti si fa
pericolosissima. Andreotti è costretto ad incontrarsi con Riina, sia per
salvare la vita a Lima sia per non compromettere il potere della sua corrente.
L'incontro con Riina, Lima, e Ignazio Salvo avviene a Palermo nell'autunno del
1987. In quel periodo, e precisamente il 20 settembre 1987, Andreotti si trova a
Palermo per partecipare alla Festa dell'Amicizia, e nella sua giornata c'è un
vuoto di circa 4 ore (dall'ora di pranzo al tardo pomeriggio) in cui nessuno,
neppure il suo abituale personale di scorta, sa dove egli sia andato.
DIFESA: Andreotti non si è mosso da
Villa Igiea. La sua scorta avrebbe notato ogni spostamento e così la vigilanza
predisposta da Polizia e Carabinieri.
ACCUSA: nel 1987 inizia l'opera di
sgretolamento del maxi-processo con una lunga serie di provvedimenti della Prima
Sezione Penale della Corte di Cassazione basati su una tecnica di valutazione
delle prove (e soprattutto delle dichiarazioni dei pentiti) "che apprezzava
atomisticamente ogni singolo indizio, e concludeva per ciascuno che di per sè
non era idoneo a confortare le circostanze che intendeva provare, nè a
contribuire ad una valutazione di attendibilità del complesso indiziario".
Nel maggio-giugno 1991 il Presidente Carnevale designa, per la trattazione in
Cassazione del maxi-processo, un collegio che - secondo le previsioni dello
stesso Carnevale non potrà che annullare le condanne. Questo disegno fallisce
per iniziativa del Presidente Brancaccio che, nell'ottobre 1991, designa come
Presidente del collegio Arnaldo Valente, il quale determina la conferma delle
condanne, senza che gli altri componenti del collegio, come dirà lo stesso
Carnevale abbiano il coraggio di mettersi contro. A riprova delle dichiarazioni
dei collaboranti sulla esistenza di un canale politico diretto a condizionare
l'esito del maxi-processo in senso favorevole a Cosa Nostra si dimostreranno i
rapporti tra Andreotti e Carnevale attuati per tramite di Claudio Vitalone (e
sempre negati dagli interessati), attraverso prove fotografiche, documentali e
testimonianze.
DIFESA: Andreotti non aveva con
Carnevale rapporti di conoscenza intensa, né di frequentazione. Carnevale non
ha mai ottenuto alcun incarico su interessamento di Andreotti, né per il premio
della Fondazione Fiuggi, né per altro, contrariamente a quanto sostenuto da
Vittorio Sbardella, (già vicino al senatore, le cui dichiarazioni furono
raccolte in incidente probatorio prima di morire) era molto condizionato dai
contrasti interni della Dc. Tuttavia lo stesso Sbardella smentì che Andreotti
conoscesse i Salvo. Quanto al premio Fiuggi, è probabile che Carnevale sia
arrivato lì per i suoi pregresi rapporti di esperto con il ministero
dell'Industria. Su alcune decisioni della sezione del giudice Carnevale,
Andreotti intervenne pubblicamente. Dopo la scarcerazione di 40 boss, Andreotti,
allora presidente del Consiglio dichiarò che sarebbe intervenuto per
"correggere un offesa al popolo italiano". Non subì affatto il
decreto, come ha sostenuto l'ex guardasigilli, Claudio Martelli, ma anzi ne fu
il promotore. Prefigurando anche una modifica costituzionale che riducesse al
primo grado la presunzione di innocenza. La difesa ha poi rintracciato numerose
sentenze della prima sezione che smentiscono i collaboratori che parlano di
processi aggiustati su interessamento di Carnevale. Il magistrato, oltretutto,
ha chiarito che non decise sul maxiprocesso perché aveva già chiesto il
trasferimento alla corte d'appello di Roma. E se Andreotti era interessato a che
presiedesse la corte del maxiprocesso, perché avrebbe dovuto interessarsi del
suo trasferimento. Vitalone ha smentito di avere mai affrontato la questione con
Andreotti.
ACCUSA: il 30 gennaio 1992, quando la
Cassazione conferma le condanne del maxi-processo, Riina impazzisce, si scatena
la vendetta di Cosa Nostra contro i politici che hanno tradito. Il 12 marzo 1992
viene ucciso a Palermo Salvo Lima. Nell'estate del 1992, dopo la strage di
Capaci, Brusca e Bagarella concepiscono un attentato contro Andreotti, appunto
perché, dopo avere usato Cosa Nostra, ha tradito. Il 17 settembre 1992 viene
ucciso a Santa Flavia Ignazio Salvo.
DIFESA: le dichiarazioni dei pentiti
che si riscontrano tra loro con aggiustamenti di tiro successivi offrono questa
come spiegazione dei delitti a corollario di un teorema accusatorio costruito
sull'asse Andreotti-Salvo del quale non c'è prova.
(20 febbraio 1999)
www.repubblica.it/online/dossier/andreotti/andreottiuno/andreottiuno/html
DOSSIER
PROCESSO ANDREOTTI. L'intrigo
Sedici anni di incontri con i boss e di trattative segrete
Le relazioni pericolose
del senatore Giulio
PALERMO
- La mappa del grande intrigo si snoda lungo sedici anni, nei quali sono
ricomprese le quattro date in cui Giulio Andreotti, presente in Sicilia avrebbe
avuto occasione, secondo i collabaratori di giustizia, di incontrare boss e
intavolare trattative. Di seguito una cronologia essenziale, collegata agli
eventi ai quali i cosiddetti pentiti "agganciano", motivandole, le
relazioni pericolose del sette volte presidente del consiglio.
1976
6 settembre 1976 - Si celebrano a
Palermo le nozze tra Angela Salvo, figlia dell'esattore Nino e Gaetano Sangiorgi.
Andreotti avrebbe inviato un vassoio in regalo. In quello stesso anno la
commissione antimafia scrive dei Salvo e delle esattorie nelle relazioni di
maggioranza e minoranza.
6 novembre 1976 - Vito Ciancimino
incontra Andreotti e chiede di entrare nella corrente.
1977
25 maggio 1977 - E' il trentennale
della Regione siciliana, segue di appena nove giorni il congresso provinciale
della democrazia cristiana che i cugini esattori Nino e Ignazio Salvo hanno
ospitato nel loro albergo, lo Zagarella, acquistato due anni prima. Andreotti è
certamente a Palermo il 25 e resta in città fino all'indomani.
1979
8 giugno 1979 - Andreotti, eletto tre
mesi prima alla guida del suo quinto governo, partecipa, da leader dc, alla
campagna elettorale per le europee. A Palermo tiene un comizio al cinema
Nazionale e poi è ospite d'onore del ricevimento allo Zagarella. I Salvo sono
ad accoglierlo, lo prova una foto, finita agli atti del processo.
Tre mesi prima (9 marzo 1979) viene stato assassinato a Palermo Michele Reina,
segretario provinciale scudocrociato. E di quel delitto, secondo il
"pentito" Francesco Marino Mannoia, Andreotti avrebbe discusso,
incontrando il boss Stefano Bontate, in rapporti con il suo grande elettore
Salvo Lima. E' il primo incontro dei
quattro.
Il 1979 è l'anno centrale nella ricostruzione della vicenda andreottiana:
il 20 marzo è stato ucciso a Roma Mino Pecorelli, il giornalista, direttore di
Op del cui omicidio Andreotti verrà accusato dalla procura di Perugia; il 12
luglio a Milano un sicario italo americano spara a Giorgio Ambrosoli, il
liquidatore della banca di Michele Sindona; il 21 luglio in un bar di Palermo un
killer fredda, colpendolo alle spalle, il commissario Boris Giuliano che lavora
alle indagini sulla nuova mafia siciliana e ai suoi referenti d'oltreoceano; il
7 agosto Sindona sparisce negli Usa e inscena il finto sequestro. Dopo varie
tappe, protetto dal clan mafioso degli Spatola, è in Sicilia dove prova a
tessere una trama di rapporti con politici e massoni. Il 25 settembre la mafia
uccide Cesare Terranova che, dopo un esperienza parlamentare, si accinge ad
insediarsi al posto di capo dell'ufficio istruzione di Palermo. Con lui muore il
maresciallo Lenin Mancuso.
29 settembre del 1979 - Tre mesi dopo
il comizio al cinema Nazionale, Andreotti, ormai non più a capo del governo (si
è dimesso a giugno), torna a Palermo con Franco Evangelisti per un convegno.
Ultimi giorni di giugno - Secondo il
barman Vito Di Maggio, Andreotti (secondo
incontro) avrebbe visto all'Hotel Nettuno di Catania, il boss Nitto
Santapaola. Andreotti smentisce, agende alla mano: 20 giugno, in parlamento; 21
e 22 giugno, a Strasburgo; 22 pomeriggio, ritorno a Roma e udienza al Quirinale;
23 e 24 giugno, consiglio nazionale della Dc; 25 sera, consiglio dei ministri;
26 partenza per il Giappone; 27-30 giugno, Tokyo; 1 luglio, ritorno a Roma e
inizio procedure crisi ministeriale.
1980
16 luglio 1980 - Andreotti è a Lipari
e partecipa, come testimone della sposa, a Messina alle nozze della figlia di
Giuseppe Merlino, deputato regionale della sua corrente. A questo periodo la
procura fa risalire il terzo incontro con
Bontate. Mannoia spiega che il
colloquio, tesissimo, verteva sul delitto di Piersanti Mattarella, il presidente
della Regione, ucciso il 6 gennaio. Il "pentito" indica una villa di
Totuccio Inzerillo, luogotenente di Bontate, come il posto convenuto per
l'appuntamento. E precisa: "Andreootti veniva da Trapani".
6 agosto 1980 - Viene ucciso Gaetano
Costa, procuratore della Repubblica, impegnato in prima persona nelle indagini
sul clan Spatola.
1981
E' l'anno della guerra di mafia. I corleonesi riescono a demolire la leadership
di Stefano Bontate, assassinandolo il 25 aprile del 1981. Il 12 maggio tocca ad
Inzerillo.
1982
Il 30 aprile 1982 in un agguato cadono il segretario regionale del Pci, Pio La
Torre, e il suo collaboratore Rosario Di Salvo. A giugno Carlo Alberto Dalla
Chiesa arriva a Palermo. Secondo il figlio, giudicò gli andreottiani come la
famiglia politica più inquinata. A Londra muore in circostanze misteriose
Roberto Calvi, banchiere in affari con Sindona. A settembre un commando armato
spara sull'auto di Dalla Chiesa. Con il generale muore la moglie e l'autista.
1983
5 agosto 1983 - Nino e Ignazio Salvo
entrano da "indiziati" in un'inchiesta antimafia. L'anno successivo,
il 13 novembre 1984 saranno arrestati.
26 novembre 1983 - Andreotti, tornato
al governo da ministro degli Esteri è a Palermo per un incontro politico.
1984
E' l'anno dei pentiti Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Scattano i blitz
antimafia dai quali discenderà l'istruttoria del primo maxiprocesso a Cosa
nostra. I boss reagiscono puntando su giudici e investigatori.
1986
10 febbraio 1986 - inizia il
maxiprocesso.
4 agosto 1986 - la corte del primo
maxiprocesso ascolta Andreotti a Roma a porte chiuse. L'avvocato di parte civile
della famiglia Dalla Chiesa chiederà l'incriminazione per falsa testimonianza.
1987
21 settembre 1987 - E'il giorno della
festa dell'Amicizia, la festa della Dc che quell'anno si tenne a Palermo. E' il
giorno in cui Andreotti, durante il pomeriggio eludendo la sorveglianza avrebbe
lasciato il grand hotel di Villa Igiea per andare con Salvo Lima a casa di
Ignazio Salvo e appartarsi con Totò Riina. E' il quarto incontro, l'incontro del "bacio". Secondo l'accusa il politico ottiene che Cosa nostra
torni ad appoggiare la Dc dopo la "lezione" per le politiche del
giugno precedente, in occasione delle quali era stato deciso l'appoggio al Psi
per mandare un segnale. Ma Riina chiede garanzie per il maxiprocesso in
cassazione. In primo grado, il 13 dicembre del 1987, i giudici sanciranno
l'esistenza della commissione mafiosa con 19 ergastoli inflitti ai capi
dell'organizzazione.
1992
Dalla Cassazione non arriva il colpo di spugna atteso dai boss. Per l'acccusa la
speranza era figlia del patto con i Salvo, Lima e Andreotti per ottenere
l'annullamento della sentenza del primo maxiprocesso da parte del presidente
della prima sezione della Corte, Corrado Carnevale. Ma il giudice non ha
presieduto il collegio.
12 marzo 1992 - Salvo Lima viene
ucciso mentre prepara il comizio di Andreotti a Palermo per le politiche.
17 settembre 1992 - Il boss Giovanni
Brusca, oggi collaboratore, guida il gruppo di fuoco che uccide Ignazio Salvo.
Nino era morto a Bellinzona prima dell'inizio del maxiprocesso. (e.b.)
(20 febbraio 1999)
www.repubblica.it/dossier/andreotti/andreottitre/andreottitre/html
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