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Anni Settanta. La
mafia porta al nord capitali. E uomini-ponte. Come Mangano.
Che trova un posto grazie a Dell’Utri. Ecco
l’analisi-racconto del magistrato di Palermo.
«Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono
rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura - Paolo
Borsellino è seduto dietro la sua scrivania - Jean Pierre
Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandando
al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio
‘86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto,
nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a
giudizio. Subito dopo, i due giornalisti chiedono notizie su
uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle
tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo
passo, Borsellino - che con Giovanni Falcone rappresentava un
monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose -
ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami,
delle connessioni, e delle sue telefonate intercettate dagli
inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la
telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia,
Marcello Dell’Utri (dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S.
del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro
Cosa Nostra, ndr). E ancora: domande sui finanzieri Filippo
Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di
Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano,
Berlusconi, Dell’Utri. Mentre di Mangano il giudice parla
per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere
avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a
dire le cose di cui non sono certo... qualsiasi cosa che
dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».
Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «... Ci sono
addirittura delle indagini ancora in corso... Non sono io il
magistrato che se ne occupa...». A quali indagini si
riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è
saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove
sufficienti?
Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non
nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe
sentenze della Corte di Cassazione hanno trattato le
dichiarazioni di pentiti come Antonio Calderone («... a
Catania poi li hanno prosciolti tutti... quella della
Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto
l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa
Nostra...»); ma soprattutto, grazie alle sue esperienze
di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di
Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto,
Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano
connection che sembra coincidere con le più recenti
dichiarazioni dei pentiti. Quella che segue è la trascrizione
letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali
incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni
capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta
minuti di registrazione.
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci
interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo
antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il
‘75 e l’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che
riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche
private palermitane e che presentavano una caratteristica
particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati
dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu
particolarmente fortunata perché - attraverso dei numeri che
sui cartoni usava mettere la casa produttrice - si riuscì
rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso
un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che
risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci
scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio
Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne
accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o
qualcosa del genere - ora i miei ricordi si sono un po’
affievoliti - di questa famiglia, che era stata autrice
dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia
stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo
incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi
l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu
indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore
appartenente a Cosa Nostra».
Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè
di quel personaggio capo delle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a
Milano?
«Il Mangano, di droga... (Borsellino comincia a
rispondere, poi si corregge, ndr), Vittorio Mangano, se ci
vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie
più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata
intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui,
conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose
palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita
d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio
che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come
“magliette” o “cavallo”. Il Mangano è stato poi
sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato
per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato
per associazione mafiosa - beh, sì per associazione semplice
- riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di
reclusione più ;700 milioni di multa... La sentenza di Corte
d’Appello confermò questa decisione di primo grado...».
Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il
‘70 e il ‘75».
Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».
E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ‘70 e il ‘75. Fisicamente non
ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del
maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato
personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un
po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati
quasi 10 anni».
Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta (è la risposta di
Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo
il mafioso vivesse ad Arcore, ndr)».
Quando, in che epoca?
«Fra il ‘75 e l’80, probabilmente fra il ‘75 e l’80».
Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che
lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e
Palermo».
E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia
ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa
passione dei cavalli risulta effettivamente la verità, perché
anche nel processo, quello delle estorsioni di cui ho parlato,
non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli.
Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare
il traffico di stupefacenti».
Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua
vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del
procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero...».
Ma lui comunque era già uomo d’onore e negli anni
Settanta?
«... Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un
periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente
gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al
periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di
quell’estorsione nel processo dei cani con la testa
mozzata... Mangano negò in un primo momento che ci fosse
stata questa possibilità d’incontro... ma tutti e due erano
detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ‘77».
Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva
cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova...
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono
altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe
stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia - dopo aver
affermato, in un primo tempo, di non conoscerlo - precisò
successivamente di essersi ricordato, avendo visto una
fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un
fondo di proprietà di Stefano Bontade (uno dei capi dei
corleonesi, ndr)».
Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarazione di
Antonino Calderone (Borsellino poi indica un altro pentito ora
morto, Stefano Calzetta, che avrebbe parlato a lungo dei
rapporti tra Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille,
gli Zanca, ndr)...».
Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano
lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a
casa di Berlusconi però di un invitato (Luigi D’Angerio,
ndr) che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».
Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si
dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco,
erano i ponti, le “teste di ponte” dell’organizzazione
mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non
moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro
personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono (altri
mafiosi coinvolti nell’inchiesta di San Valentino, ndr)
credo Alfredo Bono che nonnostante fosse capo della famiglia
della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva
abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non
appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio
comunque che... è un personaggio che suscitò parecchio
interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da
quello attinente alla mafia militare, anche se le
dichiarazioni di Calderone (nel ‘76 Calderone è ospite di
Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per
informare Greco di aver eliminato i responsabili di un
sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia,
in Sicilia, ndr) lo indicano anche come uno che non disdegnava
neanche questo ruolo militare all’interno
dell’organizzazione mafiosa...».
Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».
Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva
droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».
Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino
un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si
parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: «Mangano parla
con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente
gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde
affermativamente... il Mangano riferisce allora a Dell’Utri
che ha un affare da proporgli e che ha anche “il cavallo”
che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo
occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di
farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde
che quello lì non “surra” [non c’entra, ndr]»).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata,
probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se
mi consente di consultare (Borsellino guarda le sue carte, ndr).
No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia
degli Inzerillo... Tra l’altro questa tesi dei cavalli che
vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra
ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento,
tant’è che Mangano fu condannato».
E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per
quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano
e che riguardano insieme Mangano».
A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a
Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice
istruttore, ma non ne conosco i particolari».
Dell’Utri. Marcello Dell’utri o Alberto Dell’Utri?
(Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in
carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due
sono dirigenti Fininvest, ndr).
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso
qualche appunto (Borsellino guarda le carte, ndr), cioè si
parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».
I fratelli?
«Sì».
Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».
E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono
personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare
nulla».
Sì, ma nella conversazione con Dell’Utri poteva
trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio
errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un
albergo (Borsellino sorride, ndr). Quindi non credo che
potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi
deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o
comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».
In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Plaza
(l’albergo di Antonio Virgilio, ndr) di Milano».
Ah, oltretutto.
«Sì».
C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono
conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché
siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena...
dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so
pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può
risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza
professionale e sul punto non ho altri ricordi».
Sono di Palermo tutti e due...
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione... a
Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone,
secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che
fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si
conoscessero».
C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda (i
due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di
Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via
Chiaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr) che dice
che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della
famiglia di Stefano Bontade (i giornalisti si riferiscono a
Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver
conosciuto con il boss dei corleonesi, Bontade, ndr).
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia di
Pippo Calò... Palermo è la città della Sicilia dove le
famiglie mafiose erano le più numerose - almeno 2000 uomini
d’onore con famiglie numerosissime - la famiglia di Stefano
Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E
si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica
organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte
si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo
Rapisarda riferisca una circostanza vera... So
dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono poi occupato
personalmente».
A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi..., ci sarebbe
un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti...».
A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con
Ciancimino, tramite un tale Alamia (Francesco Paolo Alamia,
presidente dell’immobiliare Inim e della Sofim, sede di
Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr).
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza
da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo
che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e
Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi,
ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato
personalmente».
Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far
presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le
cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so
che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in
proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli
atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano
rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi
rapporti con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non
la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene.
Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi
sento autorizzato a dirle nulla».
Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».
Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle
indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia
concernenti anche Mangano».
Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta... quindi non so se
sono cose che si possono dire in questo momento».
Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione
che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni
sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di
Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria,
o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto
dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho
personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la
faccenda nelle sue posizioni generali: allorché
l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli
anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi
prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree
edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra
cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa
nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole,
che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel
traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a
gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di
capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo
sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o
depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza
fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si
occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente
Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare
investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a
seguire una via parallela e talvolta tangenziale
all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo
di poter utilizzare le capacità, quelle capacità
imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali
dei quali si erano trovati in possesso».
Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra
s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità
di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro
impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal
punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente
questa esigenza, questa necessità per la quale
l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia
si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale
ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti
commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi
non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia,
Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti
industriali».
E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione
tra questi mondi?
«Ma, guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai
diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una
persona che già operava a Milano, era inserita in qualche
modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una
delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di
Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».
Però lui si occupava anche di traffico di droga,
l’abbiamo visto anche in sequestri di persona...
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni - siamo
probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli
anni ‘70 - appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo
c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei
capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il
sequestro di persona».
A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche
esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato
durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili
perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è
pubblico, alcuni non lo so...». Non sono documenti
processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti dalla
memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui
compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista:
Mangano, Dell’Utri, Rapisarda, Berlusconi, Alamia.
E questa inchiesta quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno...».
Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente...».
Perché ci servono per un’inchiesta che stiamo
cominciando sui rapporti tra la grossa industria...
«Passerà del tempo prima che...», sono le ultime parole di
Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.
16.03.2001
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